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mercoledì 16 marzo 2016

Incontro #3 Il numero di telefono

Teléfono afrodisiaco di Salvador Dalí , 1938.

Giuseppe era laureato in storia dell'arte e la sua pagina facebook traboccava di immagini e citazioni di artisti di ogni epoca, una vera festa per gli occhi di cui Rosa si cibava come fosse una linfa vitale. Ne sapeva poco di arte, ma era come ipnotizzata da quei post. Dopo la laurea, Giuseppe aveva trovato lavoro presso il Museo della Carrozza di Macerata, un posto bellissimo, con carrozze d'epoca restaurate secondo un percorso cronologico. Stava in biglietteria e all'occorrenza faceva da guida a gruppi o singoli che venivano a visitare il museo. Poi il contratto non gli era stato rinnovato e aveva cercato lavoro in altri musei senza successo. Ora lavorava in banca, anche qui con un contratto a tempo determinato, una spada di Damocle sul collo condita da un ambiente di lavoro asfissiante. Di arte non vi era quasi traccia, salvo che per lo studio del direttore dove figuravano un paio di quadri niente male di quotati pittori locali. Ogni tanto ci passava davanti e sbirciava le linee, lo stile, l'uso dei colori, delizie per i suoi occhi.

Giuseppe, inoltre, aveva iniziato a 'parlare' a Rosa con i suoi post, rispondendo a frasi che lei scriveva con riferimenti a quadri o artisti. Certo, Rosa pensava fra sé e sé, probabilmente si trattava solo del frutto della sua immaginazione, un'intuizione, ma creava un calore strano dentro di lei, un pizzicorino saporito col quale si trastullava ogni volta che era online.

Un giorno Rosa aveva pubblicato la foto del suo cellulare nuovo, uno smartphone che avrebbe imparato ad usare col tempo. Era un modo per rispondere alle battute di un'amica che la prendeva sempre in giro per il telefonino arcaico che si era tenuta fino a quel momento. Giuseppe, poche ore dopo, aveva pubblicato l'immagine di un'opera di Dalí, Teléfono afrodisiaco e Rosa aveva pensato, cavolo, o mi sta dicendo che gli piacciono le aragoste oppure mi sta chiedendo il numero di telefono. Aveva riso divertita.

I telefoni appartenevano alla sua vita lavorativa da qualche anno. Rosa infatti lavorava in un call centre, anzi il call centre del paesino dove viveva. Era uno dei più importanti d'Italia e si occupava di cartomanzia. Rosa era laureata in lettere, aveva provato a imbarcarsi nella carriera giornalistica, collaborando con qualche rivista della zona, ma un giorno il padre aveva lasciato casa, dicendo di avere un'altra donna, e sua madre, che era pensionata, era caduta in depressione e le ambizioni di Rosa erano di colpo precipitate nel nulla. Al call centre aveva uno stipendio non buono, ma fisso e questo le permetteva di sopravvivere con la madre. Il telefono di Dalí attivava una serie di associazioni lontane dal grigiore del call centre, era elegante, con quel gusto rétro e l'aragosta a dare il tocco afrodisiaco e cromatico. 

Rosa decise di rispondere a modo suo. Prese un cruciverba della Settimana Enigmistica e riempì solo i campi che corrispondevano al suo numero di telefono inserendo sia le parole in orizzontale che in verticale per i numeri doppi. Poi scrisse sotto le parole secondo l'ordine del numero. Ne aveva trovato uno che faceva al caso suo, lo fotografò e lo inserì su facebook.

martedì 15 marzo 2016

Incontro #2 La poesia

La traviata, scene di Josef Svoboda.

10 luglio 20-- Rosa era andata a trovare un’amica a Macerata. Erano uscite a bere una cosa e avevano incontrato due amici di lei, Giuseppe e Ángel, coi quali avevano chiacchierato un po'. Giuseppe le aveva stretto la mano e sorriso, Ángel aveva parlato soprattutto con la sua amica. Si erano salutati ripromettendosi di sentirsi su facebook. Detto fatto. E subito dopo Giuseppe aveva condiviso dei versi di “A Silvia” di Leopardi sulla sua pagina, colpendo Rosa immediatamente:

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;

Il morbo che conduce Silvia alla morte è la tubercolosi, una “malattia letteraria”, come alcuni dicono, perché ricorre in molte opere di prosa e poesia. È anche una malattia che ritroviamo nell’opera lirica, Rosa ricordava sempre La traviata, scene magistrali di Josef Svoboda, che aveva visto allo Sferisterio di Macerata in una torrida estate di agosto. Lo specchio gigante delle scenografo ceco crea un'ambientazione onirica che si raddoppia dando vita a due dimensioni comunicanti fra loro con colori e forme inusitate. Alla fine dell'opera, lo specchio si apre includendo il pubblico e trasformando le due dimensioni in qualcosa di più stratificato che ricorda l'apertura di una porta verso un'altra dimensione. Le era piaciuto tanto quell'effetto. 

C'era stata con la madre. La madre. Sua madre da giovane aveva sofferto di tubercolosi e da qualche mese la malattia si era riattivata. Era iniziato tutto con una tossetta quasi da niente che era divenuta preoccupante fino a quando le analisi avevano confermato il sospetto di TBC. E lì era iniziata una via crucis di antibiotici e preoccupazioni, perché di tisi ancora si moriva e si muore. Quei versi sembravano dire a Rosa che non era sola, che altri avevano vissuto e probabilmente stavano vivendo quella stessa situazione. Giuseppe non sapeva nulla di tutto questo, ma le aveva massaggiato il cuore toccandola in una cavità profonda che le pareva ormai sepolta. Rilesse i versi, gli occhi le si inumidirono e la bocca sorrise.

lunedì 14 marzo 2016

Incontro #1 L'attesa



11 novembre 20--, il treno è arrivato con qualche minuto di ritardo, mi starà già aspettando? Sarà qui? Si disse Rosa, si guardò intorno e non lo vide. Andò verso la biglietteria e non lo vide. Arriverà, si disse. Un attimo di pazienza e arriverà. Sono mesi che aspetto questo momento, arriverà, arriverà. E si mise a pensare alla prima volta che l'aveva visto, al suo sorriso, al suo sguardo timido e vivo. Si sedette e aspettò. I minuti correvano sull'orologio della stazione. Si alzò e uscì a fumare una sigaretta. Non c'era un gran viavai. Una coppia di anziani la fermò e le chiese di poter usare il suo cellulare per chiamare la figlia. Rosa acconsentì. E intanto si guardava intorno. Arriverà, si disse, arriverà.

domenica 13 marzo 2016

Incontro #0 Premessa

  Vincolo d'unione di Maurits Cornelis Escher,1956.



Questo è il racconto di una storia d’amore online terminata male. Lo pubblicherò qui a puntate ogni notte a mezzanotte. È vagamente ispirato ad una storia vera e a varie esperienze anche della sottoscritta, nonostante i nomi e molti dettagli e situazioni siano stati cambiati. Il succo rimane, una storia d’amore che poteva essere tante cose, distrutta da incomprensioni, paure e violenze. I protagonisti sono Rosa, Giuseppe e Ángel. I nomi non sono casuali, ma rimandano a ricordi personali o a risvolti del racconto. Rosa è infatti il nome della mia nonna paterna che purtroppo non ho mai conosciuto e che è il nome fittizio della fonte principale della storia, Giuseppe è il nome di mio padre, che è scomparso da poco e che vorrei in qualche modo omaggiare, nonostante le zone buie che questo personaggio covi, e il nome spagnolo Ángel viene utilizzato per il significato associato alle creature celesti e, allo stesso tempo, ad un perverso indurimento del personaggio, qui rappresentato dal suono gutturale della ‘g’ spagnola. La storia nasce e si sviluppa fra Rosa e Giuseppe con interferenze di vario tipo da parte di Ángel

Vi potrebbero essere dei personaggi secondari, come gli amici che i tre hanno in comune che restano nell’ombra a godersi lo spettacolo a volte anche tragico senza mai intervenire, lasciando Rosa sempre e comunque da sola a gestire situazioni complicate con Giuseppe e quelle poi morbose con Ángel.

Questo aspetto fa riflettere su come i rapporti interpersonali ai tempi dei social si siano appiattiti su di una superfice livellata, dove basta una frase scritta male o un insulto per essere condannati senza appello e senza un contatto diretto che Rosa pensa sia il problema principale di Giuseppe, salvo poi rendersi conto del fatto che è il problema di tutti coloro coi quali si trova a interagire in questa vicenda. E allora Giuseppe assurge quasi a divinità sovrannaturale per la sua presenza costante, commovente ed empatica accanto a lei anche nei momenti più difficili. Peccato che ad un certo punto anch’egli ceda al suo lato disumano e distrugga tutto in un colpo solo.

domenica 10 gennaio 2016

la sparizione delle barbie

Dead barbie, immagine tratta da mygraveltravels.wordpress.com.


 
















Tutto inizò con la sparizione delle barbie. Trauma infantile, direte voi. No, avevo trent’anni ed ero appena tornata dall’Inghilterra per una questione familiare che non si è mai risolta come avrei voluto. E allora? Allora, allora in uno dei momenti di sconforto e dolore più grandi, feci un gesto infantile. Ah, vedi che l’infanzia c’è di mezzo? Certo, l’infanzia c’è sempre di mezzo. Andai a cercare lo scatolone dove un tempo tenevo le barbie. Sì, da piccola mi avevano viziato e me ne avevano comprate diverse (qui dovrei aprire una parentesi sul danno che le barbie hanno fatto alla mia identità di genere, ma sorvoliamo che è una cosa complicata). Le tenevo in una scatola assieme ad un sacco ricolmo dei loro abiti, molti dei quali fatti a mano da mia nonna. Ecco, quel gesto significava cercare di riempire il buco abissale che stavo vivendo in casa, ritrovare una parte di me che stava scomparendo.
Aprii la scatola e le barbie erano quasi tutte sparite, compreso il sacco con i preziosi abiti. Non ci potevo credere. Un buco aveva rimpiazzato un altro buco e non c’era nessuno a cui chiedere spiegazioni. Vagai per casa come una mummia, un pezzo della mia infanzia, come un pezzo della mia famiglia, non c’era più. Forse è lì che sono iniziate le fratture interne al mio sé, quelle fratture che si sono ingigantite e hanno causato mille e mille danni al mio modo di stare al mondo. Forse.