"Jean-Ephren de la Tour
...sono Jean-Ephren de la Tour, ballerino al Paradiso perduto. le luci sono puntate su di me, ogni sera, dalla testa ai piedi, e illuminano la mia pelle. Ogni sera, con le ali argentate attaccate alle spalle, faccio il mio show, come una vera vedette americana che si infiamma e si dissolve in un soffio. Regno su un popolo di ballerini e di acrobati. Suscito gli applausi scroscianti di tutta la sala, in piedi davanti a me, pronta a spellarsi le mani, mentre segretamente, dietro le quinte, al'ombra del clamore, i giocolieri e l'incantatrice id serprenti si abbandonano a gelosie immonde."
Anne Hébert, Un vestito di luce, trad. e cura Maria Piera Nappi (Ferrara: Tufani, 2007), p. 51.
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mercoledì 2 febbraio 2011
lunedì 27 settembre 2010
un vestito di luce (1)
"Rose-Alba Almevida
Sono propio io, affacciata in bella vista alla finestra spalancata della portineria, dal lato della strada. (...) Do l'impressione di gurdar fuori, ma in realtà mi occupo segretamente solo di me stessa. Penso a me incessantemente. E ai soldi. I soldi di cui ho bisogno per esprimermi pienamente, senza limiti, in tutta la mia persona, interamente esposta al sole immenso della notorietà. Il mio unico figlio, Miguel, è con me, nello stesso insostenibile fulgore. Un vero piccolo torero, radioso nel suo luccicante costume. Che sia nudo o vestito, mio figlio brilla e io, sua madre, brillo con lui. Olé! olé! sento le grida della folla in delirio."
Anne Hébert, Un vestito di luce, trad. e cura Maria Piera Nappi (Ferrara: Tufani, 2007), p. 11.
appello Leggere Donna
Sono propio io, affacciata in bella vista alla finestra spalancata della portineria, dal lato della strada. (...) Do l'impressione di gurdar fuori, ma in realtà mi occupo segretamente solo di me stessa. Penso a me incessantemente. E ai soldi. I soldi di cui ho bisogno per esprimermi pienamente, senza limiti, in tutta la mia persona, interamente esposta al sole immenso della notorietà. Il mio unico figlio, Miguel, è con me, nello stesso insostenibile fulgore. Un vero piccolo torero, radioso nel suo luccicante costume. Che sia nudo o vestito, mio figlio brilla e io, sua madre, brillo con lui. Olé! olé! sento le grida della folla in delirio."
Anne Hébert, Un vestito di luce, trad. e cura Maria Piera Nappi (Ferrara: Tufani, 2007), p. 11.
appello Leggere Donna
domenica 8 agosto 2010
tra sorellanza e inferno (barbarulli)
Sul nuovo numero di Leggere Donna (luglio-agosto 2010), vi è un articolo di Clotilde Barbarulli dedicato a L'Università di Rebibbia (1983) di Goliarda Sapienza. Il titolo dell'articolo, "Tra sorellanza e inferno" (pp. 24-25) fa riferimento all'esperienza della scrittrice all'interno del carcere di Rebibbia. Qui un paio di frasi particolarmente significative:
"Goliarda Sapienza appare anomala perché esprime una resistenza soprattutto alla società esterna più che al carcere, che anzi le sembra una comunità accogliente."
"Nell'oggi, in cui il corpo è stuprato, sovraesposto, usato, pubblicizzato, strumentalizzato ed estetizzato, mentre sulle sue esperienze essenziali - dalla nascita alla morte, alla maternità - intervengono Chiesa, scienza, mercato, media, colpisce come Sapienza disseppellisca quella materia oscura di esperienza che la politica considera altro da sé: si tuffa in queste acque profonde (...) e ne risale arricchita."
appello Leggere Donna
"Goliarda Sapienza appare anomala perché esprime una resistenza soprattutto alla società esterna più che al carcere, che anzi le sembra una comunità accogliente."
"Nell'oggi, in cui il corpo è stuprato, sovraesposto, usato, pubblicizzato, strumentalizzato ed estetizzato, mentre sulle sue esperienze essenziali - dalla nascita alla morte, alla maternità - intervengono Chiesa, scienza, mercato, media, colpisce come Sapienza disseppellisca quella materia oscura di esperienza che la politica considera altro da sé: si tuffa in queste acque profonde (...) e ne risale arricchita."
appello Leggere Donna
venerdì 30 luglio 2010
perchè il bambino cuoce nella polenta (recensione)

Aglaja Veteranyi, Perché il bambino cuoce nella polenta, traduzione e postfazione di Emanuela Cavallaro, Ferrara, Tufani, 2005, pp. 188, € 12.
Quello che colpisce subito di Aglaja Veteranyi è il linguaggio essenziale e asciutto e, al tempo stesso, surreale e poetico. Come sottolinea Emanuela Cavallaro che ha curato sia la traduzione che la postfazione sottolinea Veteranyi è romena ma scrive il libro in tedesco: “si sente la fatica, nelle frasi di Aglaja Veteranyi. Ma la fatica in senso positivo, la fatica dell’artista che lima e modella la lingua fino a trarne fuori il nucleo significante. Un nucleo puro, senza orpelli di sorta”.
Il libro, diviso in quattro parti, racconta le vicissitudini di una famiglia di artisti circensi fra nomadismo e povertà. Il tutto filtrato attraverso lo sguardo di una bambina, che a fatica diviene adolescente. Ella assorbe e rielabora tutto in maniera ironica e a volte sorprendente, a cominciare dal lay-out di sterneriana memoria e dall’uso di maiuscole per intere frasi, quasi a far risuonare visivamente le parole sulla pagina. “L’ESTERO NON CI CAMBIA. IN TUTTI I PAESI MANGIAMO CON LA BOCCA”. L’estero è tutto il mondo che non è la Romania, il paese da cui la sua famiglia è fuggita, il paese che rappresenta la miseria ma anche una idea di casa. La rottura con le proprie radici comporta un trauma che la costringe a reinventarsi un senso di casa: “NON POSSIAMO AFFEZIONARCI A NIENTE. / Io sono abituata a sistemarmi ovunque in modo da trovarmi bene. / Devo solo stendere su una sedia il mio fazzoletto blu. / Quello è il mare. / Accanto al letto ho sempre il mare. / Devo solo scendere dal letto, e già posso nuotare.”
Poi c’è la famiglia che non attenua il trauma, ma semmai lo rafforza. Sua madre esegue un numero stando appesa ai suoi capelli e la piccola narratrice vive nella paura che ella cada. Suo padre gira filmini amatoriali e stupra regolarmente la sorella più grande. Sua sorella le racconta la favola del bambino che cuoce nella polenta per distrarla dalla paura di perdere la madre, “se mi immagino il bambino che cuoce nella polenta e il male che gli fa, non penso più a mia madre che potrebbe cadere dall’alto, dice mia sorella”. Questa favola horror, che dà anche il titolo al libro, viene ripresa più volte ed è una sorta di metafora della storia della protagonista.
Le quattro parti raccontano di diverse fasi della sua vita. La prima è dedicata alla famiglia e al circo, la seconda alla permanenza sua e della sorella in un collegio svizzero, la terza al debutto come artista bambina in un night e la quarta alla sua vita dalla zia e, se vogliamo, alla morte dei suoi sogni. Esse non seguono però un filo narrativo preciso, ma rappresentano piuttosto una serie di istantanee e di impressioni spesso geniali. Nel collegio svizzero, dopo aver salutato la madre, la narratrice elabora la separazione a modo suo: “mia madre deve morire subito, pensai io, così la seppelliamo nel giardino sotto la nostra finestra. In estate le fragole avranno il sapore di mia madre” o anche “i nostri genitori non vengono. / Sono all’estero, dice la signora Hitz. / Ma anche qui siamo all’estero, diciamo noi. / QUANTI ESTERI CI SONO?”. Veteranyi ci regala una storia incredibile, bellissima e dolorosissima, una storia in cui c’è molto della sua vita, una storia di migrazione, esclusioni, traumi e sogni. Veteranyi è morta suicida nel 2002.
appello Leggere Donna
Il libro, diviso in quattro parti, racconta le vicissitudini di una famiglia di artisti circensi fra nomadismo e povertà. Il tutto filtrato attraverso lo sguardo di una bambina, che a fatica diviene adolescente. Ella assorbe e rielabora tutto in maniera ironica e a volte sorprendente, a cominciare dal lay-out di sterneriana memoria e dall’uso di maiuscole per intere frasi, quasi a far risuonare visivamente le parole sulla pagina. “L’ESTERO NON CI CAMBIA. IN TUTTI I PAESI MANGIAMO CON LA BOCCA”. L’estero è tutto il mondo che non è la Romania, il paese da cui la sua famiglia è fuggita, il paese che rappresenta la miseria ma anche una idea di casa. La rottura con le proprie radici comporta un trauma che la costringe a reinventarsi un senso di casa: “NON POSSIAMO AFFEZIONARCI A NIENTE. / Io sono abituata a sistemarmi ovunque in modo da trovarmi bene. / Devo solo stendere su una sedia il mio fazzoletto blu. / Quello è il mare. / Accanto al letto ho sempre il mare. / Devo solo scendere dal letto, e già posso nuotare.”
Poi c’è la famiglia che non attenua il trauma, ma semmai lo rafforza. Sua madre esegue un numero stando appesa ai suoi capelli e la piccola narratrice vive nella paura che ella cada. Suo padre gira filmini amatoriali e stupra regolarmente la sorella più grande. Sua sorella le racconta la favola del bambino che cuoce nella polenta per distrarla dalla paura di perdere la madre, “se mi immagino il bambino che cuoce nella polenta e il male che gli fa, non penso più a mia madre che potrebbe cadere dall’alto, dice mia sorella”. Questa favola horror, che dà anche il titolo al libro, viene ripresa più volte ed è una sorta di metafora della storia della protagonista.
Le quattro parti raccontano di diverse fasi della sua vita. La prima è dedicata alla famiglia e al circo, la seconda alla permanenza sua e della sorella in un collegio svizzero, la terza al debutto come artista bambina in un night e la quarta alla sua vita dalla zia e, se vogliamo, alla morte dei suoi sogni. Esse non seguono però un filo narrativo preciso, ma rappresentano piuttosto una serie di istantanee e di impressioni spesso geniali. Nel collegio svizzero, dopo aver salutato la madre, la narratrice elabora la separazione a modo suo: “mia madre deve morire subito, pensai io, così la seppelliamo nel giardino sotto la nostra finestra. In estate le fragole avranno il sapore di mia madre” o anche “i nostri genitori non vengono. / Sono all’estero, dice la signora Hitz. / Ma anche qui siamo all’estero, diciamo noi. / QUANTI ESTERI CI SONO?”. Veteranyi ci regala una storia incredibile, bellissima e dolorosissima, una storia in cui c’è molto della sua vita, una storia di migrazione, esclusioni, traumi e sogni. Veteranyi è morta suicida nel 2002.
appello Leggere Donna
martedì 20 luglio 2010
perchè il bambino cuoce nella polenta (4)
"La PENSIONE MADRID è una specia di ospizio per vecchi artisti. La maggioranza abita già da anni nelle proprie stanze, ballerini, prestigiatori e le loro assistenti.
La direttrice è la vecchia e magra Doña Elvira, che rifà lei stessa le stanze e sguscia tutto il giorno per i corridoi, carica di lenzuola bianche, origliando alle porte.
Una volta che l'ho sorpresa, mi ha detto: Controllo che nessuno muoia. Ma tu non preoccuparti di queste cose, arrivano sempre in tempo. E da sole."
Aglaja Veteranyi, Peché il bambino cuoce nella polenta, trad. Emanuela Cavallaro (Ferrara: Tufani, 2005), p. 140.
appello Leggere Donna
La direttrice è la vecchia e magra Doña Elvira, che rifà lei stessa le stanze e sguscia tutto il giorno per i corridoi, carica di lenzuola bianche, origliando alle porte.
Una volta che l'ho sorpresa, mi ha detto: Controllo che nessuno muoia. Ma tu non preoccuparti di queste cose, arrivano sempre in tempo. E da sole."
Aglaja Veteranyi, Peché il bambino cuoce nella polenta, trad. Emanuela Cavallaro (Ferrara: Tufani, 2005), p. 140.
appello Leggere Donna
perchè il bambino cuoce nella polenta (3)
"Parlando, la signora Hitz alza la punta del naso come se stesse appesa a un gancio da macellaio. Il suo viso si allunga, la bocca si apre.
Entro nella signora Hitz.
Dentro, la signora Hitz è piena di scaffali sui quali stanno accoccolati piccoli poliziotti con piccoli blocchetti e piccole matite.
Di lavoro fanno la punta alle matite.
Chi consuma più velocemente la sua matita, può salire di un piano sullo scaffale.
Il più zelante diventa Re dei Temperamatite e può buttare giù i suoi scarti addosso agli altri."
Aglaja Veteranyi, Peché il bambino cuoce nella polenta, trad. Emanuela Cavallaro (Ferrara: Tufani, 2005), p. 106.
appello Leggere Donna
Entro nella signora Hitz.
Dentro, la signora Hitz è piena di scaffali sui quali stanno accoccolati piccoli poliziotti con piccoli blocchetti e piccole matite.
Di lavoro fanno la punta alle matite.
Chi consuma più velocemente la sua matita, può salire di un piano sullo scaffale.
Il più zelante diventa Re dei Temperamatite e può buttare giù i suoi scarti addosso agli altri."
Aglaja Veteranyi, Peché il bambino cuoce nella polenta, trad. Emanuela Cavallaro (Ferrara: Tufani, 2005), p. 106.
appello Leggere Donna
mercoledì 30 dicembre 2009
perché il bambino cuoce nella polenta (2)
"MIA MADRE E' LA DONNA DAI CAPELLI D'ACCIAIO.
Sta appesa per i capelli alla cupola e fa giochi di abilità con palle, anelli e fiaccole infuocate.
(...)
Mentre mia madre sta attaccata per i capelli alla cupola, mia sorella mi racconta LA FAVOLE DEL BAMBINO CHE CUOCE NELLA POLENTA per tranquillizzarmi.
Se mi immagino il bambino che cuoce nella polenta e il male che gli fa, non penso più a mia madre che potrebbe cadere dall'alto, dice mia sorella.
Ma non funziona. Penso sempre alla morte di mia madre, per non farmi prendere di sorpresa. La vedo incendiarsi i capelli con le fiaccole e cadere giù in fiamme. E quando mi piego su di lei, il suo volto si disfa in cenere.
Non grido.
Ho gettato via la bocca."
Aglaja Veteranyi, Peché il bambino cuoce nella polenta, trad. Emanuela Cavallaro (Ferrara: Tufani, 2005), p. 22, 32.
appello Leggere Donna
Sta appesa per i capelli alla cupola e fa giochi di abilità con palle, anelli e fiaccole infuocate.
(...)
Mentre mia madre sta attaccata per i capelli alla cupola, mia sorella mi racconta LA FAVOLE DEL BAMBINO CHE CUOCE NELLA POLENTA per tranquillizzarmi.
Se mi immagino il bambino che cuoce nella polenta e il male che gli fa, non penso più a mia madre che potrebbe cadere dall'alto, dice mia sorella.
Ma non funziona. Penso sempre alla morte di mia madre, per non farmi prendere di sorpresa. La vedo incendiarsi i capelli con le fiaccole e cadere giù in fiamme. E quando mi piego su di lei, il suo volto si disfa in cenere.
Non grido.
Ho gettato via la bocca."
Aglaja Veteranyi, Peché il bambino cuoce nella polenta, trad. Emanuela Cavallaro (Ferrara: Tufani, 2005), p. 22, 32.
appello Leggere Donna
lunedì 14 dicembre 2009
perché il bambino cuoce nella polenta (1)
"Dio parla le lingue straniere?
Capisce anche gli stranieri?
O forse gli angeli stanno in piccole cabine di vetro e traducono?
E DAVVERO ESISTE UN CIRCO IN CIELO?
(...) Qui ogni paese è all'estero.
Il circo è sempre all'estero. Ma nella roulotte c'è casa. Apro la porta della roulotte il meno possibile, perché casa mia non evapori.
(...)
SE FOSSIMO A CASA, PROFUMEREBBE TUTTO COME ALL'ESTERO?"
Aglaja Veteranyi, Peché il bambino cuoce nella polenta, trad. Emanuela Cavallaro (Ferrara: Tufani, 2005) pp. 11-12.
appello Leggere Donna
Capisce anche gli stranieri?
O forse gli angeli stanno in piccole cabine di vetro e traducono?
E DAVVERO ESISTE UN CIRCO IN CIELO?
(...) Qui ogni paese è all'estero.
Il circo è sempre all'estero. Ma nella roulotte c'è casa. Apro la porta della roulotte il meno possibile, perché casa mia non evapori.
(...)
SE FOSSIMO A CASA, PROFUMEREBBE TUTTO COME ALL'ESTERO?"
Aglaja Veteranyi, Peché il bambino cuoce nella polenta, trad. Emanuela Cavallaro (Ferrara: Tufani, 2005) pp. 11-12.
appello Leggere Donna
martedì 24 novembre 2009
nie e gender (versione online)
In forte ritardo scrivo questo post per ringraziare i Wu Ming di aver messo online il mio articolo su New Italian Epic e gender, pubblicato sul numero di maggio-giugno 2009 di Leggere Donna. Qui il link.
martedì 17 novembre 2009
matilde, come una leggenda (recensione)

Sara Zanghì, Matilde, come una leggenda, Tufani, Ferrara, 2008, pagine 88, € 10.
Matilde di Canossa è una figura di primo piano nella storia medievale italiana. Fu signora di vasti territori dalla Toscana a Mantova e fervida sostenitrice del Papato in un periodo in cui la forza corrotta dell’Impero insisteva nel promulgare la nomina di vescovi conti per rafforzare il proprio potere. I vescovi conti, come sottolinea Zanghì nel romanzo ispirato alla vita di Matilde, erano “persone di fiducia” dell’imperatore che, oltre ad avere “il beneficio temporale” si avvalevano dell’ “investitura ecclesiastica che tradizionalmente spettava ai pontefici”. L’episodio forse più famoso e decantato della vita di Matilde riguarda proprio il conflitto fra Papato e Impero, in quanto ella presidiò l’umiliazione dell’imperatore Enrico IV di fronte a papa Gregorio VII, avvenuta il 26 gennaio 1077 presso il suo castello di Canossa. Umiliazione di carattere politico che non fermò il conflitto ma che rivestì comunque un ruolo storico importante.
Il romanzo di Zanghì affronta questo come altri episodi con un linguaggio poetico e un tono quasi intimista. Il testo scorre fluido seguendo il filo della vita avventurosa di Matilde. Si apre con la prigionia della piccola Matilde che, a seguito dell’assassinio del padre Bonifacio, a soli nove anni, si ritrova erede di vasti possedimenti e viene quindi tenuta prigioniera, insieme alla madre Beatrice, dall’Imperatore Enrico III. Durante la prigionia conosce Berta, una piccola serva che allieta le sue giornate e che presto diviene sua amica. Alla morte dell’imperatore, Matilde e la madre vengono liberate. Matilde cresce sicura e indomita grazie anche ai consigli e insegnamenti del suo maestro Anselmo. Arriva poi il momento delle sue nozze con Goffredo il Gobbo, per suggellare l’alleanza politica fra il suo casato e quello di Lorena, di cui Goffredo è l’erede. Dà alla luce una bambina che però sfortunatamente muore. Matilde allora mostra la sua “indole risoluta”, lascia il marito e fa ritorno al suo casato. Fra i suoi progetti vi è quello di affrancare i servi della gleba, ma sa che non sarebbe possibile senza una Riforma del sistema feudale. Ama la sua terra e vi porta la sua forza rinnovatrice.
Sullo sfondo di questi eventi le lotte fra Papato e Impero imperversano con papa Gregorio VII che scomunica i vescovi conti, “sciogliendo così dall’obbedienza alla loro autorità, secondo la prassi del tempo, le popolazioni dei loro territori”. L’imperatore lo dichiara decaduto e il papa scomunica anche lui. Questo atto rende improvvisamente fragile il trono di Enrico IV che decide di andare dal papa a chiedere perdono per riacquistare il controllo sulle sue terre e sui principi elettori che rischiavano di spodestarlo. Il castello di Canossa diviene la sede di questo evento ed è Matilde a mediare tra le due forze. Zanghì dipinge in modo efficace il dialogo fra Matilde e il papa, facendo emergere la determinazione della signora di Canossa a risolvere la contesa: “un lampo d’ira vide negli occhi di Gregorio che rimase a fissarla muto per alcuni attimi che le parvero un’eternità, ma lei non abbassò lo sguardo”.
Negli anni Matilde continua a sostenere il papa anche combattendo a capo della sua armata che fronteggia le truppe dell’imperatore con grande abilità. Diversi papi si susseguono e questo annoso conflitto arriva ad una risoluzione solo nel 1122 con il concordato fra il nuovo imperatore Enrico V e papa Callisto II. Matilde purtroppo è già deceduta da anni, ma la sua opera di mediazione, come sottolinea Zanghì, ha probabilmente contribuito a preparare il terreno perché questo accordo si facesse.
Il libro è inoltre corredato da una serie di illustrazioni e da un memorandum storico.
appello Leggere Donna
Il romanzo di Zanghì affronta questo come altri episodi con un linguaggio poetico e un tono quasi intimista. Il testo scorre fluido seguendo il filo della vita avventurosa di Matilde. Si apre con la prigionia della piccola Matilde che, a seguito dell’assassinio del padre Bonifacio, a soli nove anni, si ritrova erede di vasti possedimenti e viene quindi tenuta prigioniera, insieme alla madre Beatrice, dall’Imperatore Enrico III. Durante la prigionia conosce Berta, una piccola serva che allieta le sue giornate e che presto diviene sua amica. Alla morte dell’imperatore, Matilde e la madre vengono liberate. Matilde cresce sicura e indomita grazie anche ai consigli e insegnamenti del suo maestro Anselmo. Arriva poi il momento delle sue nozze con Goffredo il Gobbo, per suggellare l’alleanza politica fra il suo casato e quello di Lorena, di cui Goffredo è l’erede. Dà alla luce una bambina che però sfortunatamente muore. Matilde allora mostra la sua “indole risoluta”, lascia il marito e fa ritorno al suo casato. Fra i suoi progetti vi è quello di affrancare i servi della gleba, ma sa che non sarebbe possibile senza una Riforma del sistema feudale. Ama la sua terra e vi porta la sua forza rinnovatrice.
Sullo sfondo di questi eventi le lotte fra Papato e Impero imperversano con papa Gregorio VII che scomunica i vescovi conti, “sciogliendo così dall’obbedienza alla loro autorità, secondo la prassi del tempo, le popolazioni dei loro territori”. L’imperatore lo dichiara decaduto e il papa scomunica anche lui. Questo atto rende improvvisamente fragile il trono di Enrico IV che decide di andare dal papa a chiedere perdono per riacquistare il controllo sulle sue terre e sui principi elettori che rischiavano di spodestarlo. Il castello di Canossa diviene la sede di questo evento ed è Matilde a mediare tra le due forze. Zanghì dipinge in modo efficace il dialogo fra Matilde e il papa, facendo emergere la determinazione della signora di Canossa a risolvere la contesa: “un lampo d’ira vide negli occhi di Gregorio che rimase a fissarla muto per alcuni attimi che le parvero un’eternità, ma lei non abbassò lo sguardo”.
Negli anni Matilde continua a sostenere il papa anche combattendo a capo della sua armata che fronteggia le truppe dell’imperatore con grande abilità. Diversi papi si susseguono e questo annoso conflitto arriva ad una risoluzione solo nel 1122 con il concordato fra il nuovo imperatore Enrico V e papa Callisto II. Matilde purtroppo è già deceduta da anni, ma la sua opera di mediazione, come sottolinea Zanghì, ha probabilmente contribuito a preparare il terreno perché questo accordo si facesse.
Il libro è inoltre corredato da una serie di illustrazioni e da un memorandum storico.
appello Leggere Donna
sabato 31 ottobre 2009
balordi soggetti postumani
Questo il titolo dell'articolo di Chiara Turozzi pubblicato su Leggere Donna (n. 142, settembre-ottobre 2009). E' un pezzo interessante sul lavoro della filosofa Rosi Braidotti. Qui degli estratti:
"...il declino delle strutture sociosimboliche, quali stato-nazione, unità etnica, famiglia e autorità maschile, non può che rivelarsi occasione imperdibile per concepire soluzioni ingegnose quanto eccentriche" (p. 20)
"La crisi della modernità insomma non è lutto o privazione bensì gioiosa apertura a nuove impreviste sfolgoranti opportunità per il lavoro del pensiero: è il momento di mettere insieme rappresenazioni adeguate per ristrutturare il simbolico" (p. 20)
"Se definiamo il mostro come un'entità corporea deviante rispetto alla norma, possiamo sostenere che il corpo femminile condivide con il mostro il privilegio di indurre un miscuglio di fascinazione e orrore. Nomade e mostruosa, dunque." (p. 21)
"...l'ironia è scardinamento e la donna, esemplare eccellente di nomadismo, è mobile." (p.21)
appello Leggere Donna
"...il declino delle strutture sociosimboliche, quali stato-nazione, unità etnica, famiglia e autorità maschile, non può che rivelarsi occasione imperdibile per concepire soluzioni ingegnose quanto eccentriche" (p. 20)
"La crisi della modernità insomma non è lutto o privazione bensì gioiosa apertura a nuove impreviste sfolgoranti opportunità per il lavoro del pensiero: è il momento di mettere insieme rappresenazioni adeguate per ristrutturare il simbolico" (p. 20)
"Se definiamo il mostro come un'entità corporea deviante rispetto alla norma, possiamo sostenere che il corpo femminile condivide con il mostro il privilegio di indurre un miscuglio di fascinazione e orrore. Nomade e mostruosa, dunque." (p. 21)
"...l'ironia è scardinamento e la donna, esemplare eccellente di nomadismo, è mobile." (p.21)
appello Leggere Donna
lunedì 28 settembre 2009
matilde, come una leggenda (3)
"- Via, via da qui, disse a Berta appena si riprese dal parto travagliato, tra una settimana torniamo in Italia.
La sera stessa, appena il marito ritornò dalla cacia, gli comunicò la sua decisione: era stata lontana dal suo territorio per troppo tempo e doveva realizzare dei progetti. A Goffredo si rivelava per la prima volta l'indole risoluta della moglie (...). Non voleva perdere lei né la ricca dote materiale e di potere che gliene veniva, perciò non tentò di opporsi, solo la pregò di ritornare presto (...), ma lei rispose che la volontà di dio si era già manifestata."
Sara Zanghì, Matilde, come una leggenda (Ferrara: Tufani, 2008), pp. 47-48.
appello Leggere Donna
La sera stessa, appena il marito ritornò dalla cacia, gli comunicò la sua decisione: era stata lontana dal suo territorio per troppo tempo e doveva realizzare dei progetti. A Goffredo si rivelava per la prima volta l'indole risoluta della moglie (...). Non voleva perdere lei né la ricca dote materiale e di potere che gliene veniva, perciò non tentò di opporsi, solo la pregò di ritornare presto (...), ma lei rispose che la volontà di dio si era già manifestata."
Sara Zanghì, Matilde, come una leggenda (Ferrara: Tufani, 2008), pp. 47-48.
appello Leggere Donna
lunedì 31 agosto 2009
matilde, come una leggenda (2)
"Difficile sarebbe stato influire sulle idee dell'orgogliosa Matilde che aveva già maturato una personalità indipendente e raggiunto la convinzione che le premesse della Riforma erano indirizzate all'avvento di una società più giusta, ma Anselmo, uomo di grande dottrina, fu per lei un maestro di sapienza, e tra loro, nonostante la differenza d'età, si stabilì una sorta di sodalizio per comunione intellettuale e di idee sul buon governo. Matilde progettava l'affrancamento dei servi della gleba, idea inattuabile nella situazione feudale, ma lei spearava nell'avvento della Riforma che avrebbe comportato l'eliminazione di quei vincoli."
Sara Zanghì, Matilde, come una leggenda (Ferrara: Tufani, 2008), p. 43.
appello Leggere Donna
Sara Zanghì, Matilde, come una leggenda (Ferrara: Tufani, 2008), p. 43.
appello Leggere Donna
sabato 29 agosto 2009
matilde, come una leggenda (1)
"Matilde, grazie ai colti precettori scelti tra i monaci benedettini, aveva già acquisito abitudine e piacere per la lettura, conosceva opere di storici romani e alcune cronache sulle prime migrazioni barbariche, ma niente ancora sui Longobardi, eccetto che la signoria di Canossa era iniziata da un loro discendente.
(...)
un mattino di febbraio un'insolita luminosità svegliò Matilde che corse a guardare da un feritoia e vide un'abbagliante coltre bianca stesa sulla foresta e sul massiccio dello Harz; levò gli occhi a quel lembo di cielo che l'apertura incorniciava e l'azzurro splendente le suscitò una gioia incontenibile presto volta in profonda infelicità per non poter correre fuori e mandare gli occhi all'ampiezza dell'orizzonte."
Sara Zanghì, Matilde, come una leggenda (Ferrara: Tufani, 2008), pp. 11, 16.
appello Leggere Donna
(...)
un mattino di febbraio un'insolita luminosità svegliò Matilde che corse a guardare da un feritoia e vide un'abbagliante coltre bianca stesa sulla foresta e sul massiccio dello Harz; levò gli occhi a quel lembo di cielo che l'apertura incorniciava e l'azzurro splendente le suscitò una gioia incontenibile presto volta in profonda infelicità per non poter correre fuori e mandare gli occhi all'ampiezza dell'orizzonte."
Sara Zanghì, Matilde, come una leggenda (Ferrara: Tufani, 2008), pp. 11, 16.
appello Leggere Donna
giovedì 13 agosto 2009
frutto del ventre, frutto della mente (recensione)

Nadia Lucchesi, Frutto del ventre, frutto della mente - Maria, madre del Cristianesimo, Tufani, Ferrara, 2002, pagine 116, € 11.
Questo libro è un viaggio inusuale nei meandri del Cristianesimo. Inusuale in quanto fatto seguendo le numerose tracce riconducibili a Maria, figura emblematica e centrale, ma sempre relegata ad un ruolo limitato dalla Chiesa cattolica. Lucchesi, rifacendosi a studi importanti come quello di Marina Warner, nota come, nonostante non vi sia quasi traccia di Maria nei Vangeli, ella ricopre un ruolo fondamentale nel culto cristiano, a cominciare dalle sue numerosissime apparizioni per continuare con il suo essere erede di culti antichissimi dedicati a divinità femminili come Iside.
Il libro è scritto in modo semplice per permettere una facile accessibilità, ma non è semplicistico nelle sue riflessioni puntualmente arricchite di citazioni. È suddiviso in otto capitoli dedicati ai diversi aspetti di Maria e del suo culto. Il primo è appunto dedicato al fenomeno delle apparizioni come quelle che Angela Volpini ebbe fra il 1947 e il 1956. Lucchesi sottolinea come la forza di questa lettura sia "nella sua 'debolezza', nello spazio che si lascia al dubbio, alle possibilità delle differenti interpretazioni. Al contrario, il disegno della Chiesa è sostanzialmente quello di imporre i propri schemi interpretativi", in quanto fra le sue preoccupazioni vi è quella di mantenere il rapporto gerarchico fra Dio Padre, Gesù e Maria. Il culto mariano, così profondo e radicato anche grazie alle apparizioni, ha portato e porta spesso la Vergine ad avere la loro stessa importanza, se non, in alcuni casi, ad avere una maggiore importanza rispetto a loro.
Questo porta a sondare il rapporto fra la Chiesa e Maria, argomento che viene trattato nel secondo capitolo. Secondo Lucchesi, la preoccupazione della Chiesa è "di gestire il 'monopolio' del Sacro, (…) di piegare le interpretazioni agli assunti dogmatici", come quello dell’Immacolata Concezione stabilito da papa Pio IX nel 1854. La Chiesa, nel corso dei secoli, ha riconosciuto tre attributi a Maria: il primo è tradotto con 'piena di grazia', ha a che fare con la 'contemplazione' di Maria, ossia con la sua trasformazione in tempio; il secondo è 'sempre vergine', attributo proclamato da papa Silicio nel 390 al Concilio di Costantinopoli; il terzo è quello di Avvocata, riconosciutole da papa Ireneo nel II secolo e riguarda la sua capacità di mediatrice.
La figura di Maria viene nel terzo capitolo studiata dal punto di vista storico-religioso, ossia indagando le divinità femminili ad essa precedenti. Citando il lavoro di Pepe Rodriguez, Lucchesi sottolinea come molto prima dell’avvento di Gesù, l’immagine della divinità fosse affidata ad una donna, alla Grande Dea che fu per lungo tempo l'"unico principio generatore dell’universo per la sua qualità partenogenica". Solo in seguito, dal secondo millennio a.C., il principio maschile ne prese il posto. Nell’ultimo capitolo questo discorso viene ulteriormente ampliato con riferimenti agli antichi culti della Madre Terra.
Nel capitolo quattro viene proposta l’immagine di Maria nei Vangeli canonici, apocrifi e gnostici e nel cinque si fa il punto della questione. Chi era Maria? Si chiede Lucchesi, collegando i ragionamenti fatti fino ad ora per arrivare alla sua tesi nel capitolo sei, ossia che Maria può essere vista come la madre del Cristianesimo, grazie alla sua funzione di mediatrice e alla "sua capacità di trasformare una religione misterica in una buona novella per tutta l’umanità". Nel penultimo capitolo, Lucchesi ci parla di cosa è successo grazie alla figura salvifica di Maria, che viene accostata ad Eva in quanto ne prosegue l’opera accettando l’imperfezione dell’essere umano e annullando "l’idea della colpa originaria" attraverso la nascita dell'"Uomo-Dio, in carne e ossa”. La tesi dell’autrice è interessante e ben documentata e, come già sottolineato, mostra un volto diverso del Cristianesimo, un volto scevro dalle rigidità ecclesiastiche e intriso di culti e rimandi che hanno nutrito e continuano a nutrire il culto della Vergine.
appello Leggere Donna
Questo libro è un viaggio inusuale nei meandri del Cristianesimo. Inusuale in quanto fatto seguendo le numerose tracce riconducibili a Maria, figura emblematica e centrale, ma sempre relegata ad un ruolo limitato dalla Chiesa cattolica. Lucchesi, rifacendosi a studi importanti come quello di Marina Warner, nota come, nonostante non vi sia quasi traccia di Maria nei Vangeli, ella ricopre un ruolo fondamentale nel culto cristiano, a cominciare dalle sue numerosissime apparizioni per continuare con il suo essere erede di culti antichissimi dedicati a divinità femminili come Iside.
Il libro è scritto in modo semplice per permettere una facile accessibilità, ma non è semplicistico nelle sue riflessioni puntualmente arricchite di citazioni. È suddiviso in otto capitoli dedicati ai diversi aspetti di Maria e del suo culto. Il primo è appunto dedicato al fenomeno delle apparizioni come quelle che Angela Volpini ebbe fra il 1947 e il 1956. Lucchesi sottolinea come la forza di questa lettura sia "nella sua 'debolezza', nello spazio che si lascia al dubbio, alle possibilità delle differenti interpretazioni. Al contrario, il disegno della Chiesa è sostanzialmente quello di imporre i propri schemi interpretativi", in quanto fra le sue preoccupazioni vi è quella di mantenere il rapporto gerarchico fra Dio Padre, Gesù e Maria. Il culto mariano, così profondo e radicato anche grazie alle apparizioni, ha portato e porta spesso la Vergine ad avere la loro stessa importanza, se non, in alcuni casi, ad avere una maggiore importanza rispetto a loro.
Questo porta a sondare il rapporto fra la Chiesa e Maria, argomento che viene trattato nel secondo capitolo. Secondo Lucchesi, la preoccupazione della Chiesa è "di gestire il 'monopolio' del Sacro, (…) di piegare le interpretazioni agli assunti dogmatici", come quello dell’Immacolata Concezione stabilito da papa Pio IX nel 1854. La Chiesa, nel corso dei secoli, ha riconosciuto tre attributi a Maria: il primo è tradotto con 'piena di grazia', ha a che fare con la 'contemplazione' di Maria, ossia con la sua trasformazione in tempio; il secondo è 'sempre vergine', attributo proclamato da papa Silicio nel 390 al Concilio di Costantinopoli; il terzo è quello di Avvocata, riconosciutole da papa Ireneo nel II secolo e riguarda la sua capacità di mediatrice.
La figura di Maria viene nel terzo capitolo studiata dal punto di vista storico-religioso, ossia indagando le divinità femminili ad essa precedenti. Citando il lavoro di Pepe Rodriguez, Lucchesi sottolinea come molto prima dell’avvento di Gesù, l’immagine della divinità fosse affidata ad una donna, alla Grande Dea che fu per lungo tempo l'"unico principio generatore dell’universo per la sua qualità partenogenica". Solo in seguito, dal secondo millennio a.C., il principio maschile ne prese il posto. Nell’ultimo capitolo questo discorso viene ulteriormente ampliato con riferimenti agli antichi culti della Madre Terra.
Nel capitolo quattro viene proposta l’immagine di Maria nei Vangeli canonici, apocrifi e gnostici e nel cinque si fa il punto della questione. Chi era Maria? Si chiede Lucchesi, collegando i ragionamenti fatti fino ad ora per arrivare alla sua tesi nel capitolo sei, ossia che Maria può essere vista come la madre del Cristianesimo, grazie alla sua funzione di mediatrice e alla "sua capacità di trasformare una religione misterica in una buona novella per tutta l’umanità". Nel penultimo capitolo, Lucchesi ci parla di cosa è successo grazie alla figura salvifica di Maria, che viene accostata ad Eva in quanto ne prosegue l’opera accettando l’imperfezione dell’essere umano e annullando "l’idea della colpa originaria" attraverso la nascita dell'"Uomo-Dio, in carne e ossa”. La tesi dell’autrice è interessante e ben documentata e, come già sottolineato, mostra un volto diverso del Cristianesimo, un volto scevro dalle rigidità ecclesiastiche e intriso di culti e rimandi che hanno nutrito e continuano a nutrire il culto della Vergine.
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sabato 8 agosto 2009
frutto del ventre, frutto della mente (3)
"Le prime croci risalgono al neolitico e sono state rinvenute nei luoghi sacri alla Dea (...), spesso associate all'uovo (...) che, come sappiamo, è collegato alle celebrazioni pasquali. La croce ha avuto diffusione grandissima nella religione egizia, nella quale il segno (che poi si trasformerà nella Tau dell'alfabeto greco) significa appunto vita, sia terrena che ultraterrena. Essa viene posta solitamente in mano alla divinità e nelle rappresentazioni delle dee Iside e naktiti simboleggia la rinascita felice (...). Jean Hani, nel suo saggio Il segno della croce (...), ne analizza ulteriormente il valore, che indica nella sua funzione di orientamento spazio-temporale, rappresentata dal braccio orizzontale e da quello verticale, che la rendono "axis mundi". in questo senso la croce è assimilabile all'albero, altra immagine archetipica di straordinario interesse."
Nadia Lucchesi, Frutto del ventre, frutto della mente - Maria, madre del Cristianesimo (Ferrara, Tufani, 2002), pp. 77-78.
appello Leggere Donna
Nadia Lucchesi, Frutto del ventre, frutto della mente - Maria, madre del Cristianesimo (Ferrara, Tufani, 2002), pp. 77-78.
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martedì 4 agosto 2009
frutto del ventre, frutto della mente (2)
"Il mio desiderio è sottrarre Maria al Potere e alla Verità, far sì che sia riconosciuto il valore di questo significante nel suo profondo significato; oltre a tener conto della necessità, che in esso si esprime, di una dimensione femminile del Sacro, io intendo questa icona come la tangibile testimonianza di un desiderio, finalmente riconosciuto da tutti, uomini e donne: quello di un orizzonte simbolico liberato da pseudo valori, quali la forza, il dominio, la volontà di potenza, la passione per il potere, esercitato sugli esseri umani e sulla natura.
Da sempre, invece, è la Chiesa a pretendere di dire l'ultima e definitiva parola su Maria".
Nadia Lucchesi, Frutto del ventre, frutto della mente - Maria, madre del Cristianesimo (Ferrara, Tufani, 2002), p. 21.
appello Leggere Donna
Da sempre, invece, è la Chiesa a pretendere di dire l'ultima e definitiva parola su Maria".
Nadia Lucchesi, Frutto del ventre, frutto della mente - Maria, madre del Cristianesimo (Ferrara, Tufani, 2002), p. 21.
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sabato 1 agosto 2009
frutto del ventre, frutto della mente (1)
"L'unica figura veramente forte e non violenta, che ci viene dalla civiltà occidentale, è quella del Figlio inchiodato sulla croce in nome del Padre: come possiamo sperare che non siano tutti (...), alla fine, sedotti e incantati dalla morte? Come possiamo offrire loro la consapevolezza che c'è altro, un altro mondo, un'altra storia, un'altra verità? Come diventeranno padri che rinunciano a mettere in croce i loro stessi figli? Il fatto è che l'immaginario patriarcale non ha saputo fare della croce nient'altro che uno strumento di morte e ha voluto che essa si ergesse sopra un'umanità dolente, le cui più rappresentative personalità erano, e restano, femminili."
Nadia Lucchesi, Frutto del ventre, frutto della mente - Maria, madre del Cristianesimo (Ferrara, Tufani, 2002), pp. 9-10.
appello Leggere Donna
Nadia Lucchesi, Frutto del ventre, frutto della mente - Maria, madre del Cristianesimo (Ferrara, Tufani, 2002), pp. 9-10.
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venerdì 24 luglio 2009
storie inquiete e disorientate (recensione)

Giuliana Pistoso, Storie inquiete e disorientate, Tufani, Ferrara, 1996, pagine 133, € 10.
Le storie di Giuliana Pistoso sono ambientate nel periodo della Seconda Guerra Mondiale e del dopoguerra. Sono storie sparse, che seguono quasi un iter rizomatico e che forniscono una fragile e, allo stesso tempo, salda mappatura del sessismo di quegli anni. La prima parte è intitolata "A proposito di memoria storica", mentre la seconda "Cose così".
L’apertura del libro è dedicata ad un mini-dizionario veneto, una serie di parole chiave per mostrare la discriminazione cui erano sottoposte le donne. La parola 'avvenire’ per esempio, intrecciava, in modo quasi opprimente, la vita delle donne a quella degli uomini, "l'avvenire si rovinava dando troppa confidenza agli uomini (…). Una volta rovinato, chi l’aggiustava più l’avvenire?". Il 'ballo' era invece uno "strano porto franco dove potevano succedere molte cose senza che, per questo, si rovinasse l’avvenire". L''intelligenza' era un "attributo essenzialmente maschile" e il 'matrimonio' un "contratto-cerimonia che le donne avevano la colpa di desiderare" Le storie che seguono sembrano in qualche modo rifarsi al mini-dizionario, nel loro riflettere certi stereotipi e nel scardinarli spesso con ironia.
Come nella prima storia "Uomini in guerra" dove Publio Diamante riceve una medaglia di bronzo per pura casualità e non per merito personale. In una missione fra i boschi dell'Altipiano d'Asiago, due austriaci si arrendono a lui perché hanno fame e sanno che in Italia ce n’è "anche per i prigionieri, cibo americano" mentre in Austria non c’è "assolutamente più niente da mangiare". Nella terza storia, "Giorni dell’ira", Alberta arriva a chiedere aiuto ad un collaborazionista per trovare un medico al fratello malato di tisi e in pericolo perché parte della resistenza. Alberta riesce nell’impresa ma proprio la fatica e i compromessi attuati la portano a diventare consapevole della guerra: "'ecco che mi rilasso' pensò. Invece non ci riuscì. Un po’ alla volta si sentì prendere da una rabbia strana, una rabbia tranquilla, ma di una intensità assoluta. E capì finalmente che era in guerra, che una parte di lei lo sarebbe stata per sempre, che non avrebbe dimenticato, che, davvero, non avrebbe dimenticato mai".
La seconda parte de libro è scandita da un altro tono, un tono più pacato ma altrettanto pungente. In "Segreti bancari" una donna chiede alla sua banca informazioni sulla stanza dove aveva dormito Chateaubriand. La banca aveva rilevato un palazzo antico dove era presente questa stanza. I dipendenti non riescono a capire il senso della sua richiesta e la mandano dal direttore, che è altrettanto ignaro. Esilarante è l'equivoco che si crea e che non si risolve anche se, alla fine, la donna ritrova l'amata stanza.
Anche l'ultimo racconto, "Quando si dice Italia", è caratterizzato da un equivoco. Rita e Guido cercano una baby-sitter per il loro figlioletto Paolo per l'estate al mare e trovano Teresa, ragazzotta di paese dal "carattere un po' diffidente" che ha paura del mare. Una sera, per digerire i frutti di mare che le sono rimasti sullo stomaco, Teresa adotta un sistema 'tradizionale' posizionandosi una candela accesa proprio sullo stomaco con un bicchiere rovesciato sopra, ma il bicchiere rimane incastrato. "La Teresa ha lo stomaco dentro al bicchiere e nol vol vengar fora", spiega Rita al marito incredulo. I due coniugi, il bambino e i gli amici si ritrovano a ragionare sull'accaduto, fino a quando Paolo ha un'idea che risolve la situazione.
appello Leggere Donna
L’apertura del libro è dedicata ad un mini-dizionario veneto, una serie di parole chiave per mostrare la discriminazione cui erano sottoposte le donne. La parola 'avvenire’ per esempio, intrecciava, in modo quasi opprimente, la vita delle donne a quella degli uomini, "l'avvenire si rovinava dando troppa confidenza agli uomini (…). Una volta rovinato, chi l’aggiustava più l’avvenire?". Il 'ballo' era invece uno "strano porto franco dove potevano succedere molte cose senza che, per questo, si rovinasse l’avvenire". L''intelligenza' era un "attributo essenzialmente maschile" e il 'matrimonio' un "contratto-cerimonia che le donne avevano la colpa di desiderare" Le storie che seguono sembrano in qualche modo rifarsi al mini-dizionario, nel loro riflettere certi stereotipi e nel scardinarli spesso con ironia.
Come nella prima storia "Uomini in guerra" dove Publio Diamante riceve una medaglia di bronzo per pura casualità e non per merito personale. In una missione fra i boschi dell'Altipiano d'Asiago, due austriaci si arrendono a lui perché hanno fame e sanno che in Italia ce n’è "anche per i prigionieri, cibo americano" mentre in Austria non c’è "assolutamente più niente da mangiare". Nella terza storia, "Giorni dell’ira", Alberta arriva a chiedere aiuto ad un collaborazionista per trovare un medico al fratello malato di tisi e in pericolo perché parte della resistenza. Alberta riesce nell’impresa ma proprio la fatica e i compromessi attuati la portano a diventare consapevole della guerra: "'ecco che mi rilasso' pensò. Invece non ci riuscì. Un po’ alla volta si sentì prendere da una rabbia strana, una rabbia tranquilla, ma di una intensità assoluta. E capì finalmente che era in guerra, che una parte di lei lo sarebbe stata per sempre, che non avrebbe dimenticato, che, davvero, non avrebbe dimenticato mai".
La seconda parte de libro è scandita da un altro tono, un tono più pacato ma altrettanto pungente. In "Segreti bancari" una donna chiede alla sua banca informazioni sulla stanza dove aveva dormito Chateaubriand. La banca aveva rilevato un palazzo antico dove era presente questa stanza. I dipendenti non riescono a capire il senso della sua richiesta e la mandano dal direttore, che è altrettanto ignaro. Esilarante è l'equivoco che si crea e che non si risolve anche se, alla fine, la donna ritrova l'amata stanza.
Anche l'ultimo racconto, "Quando si dice Italia", è caratterizzato da un equivoco. Rita e Guido cercano una baby-sitter per il loro figlioletto Paolo per l'estate al mare e trovano Teresa, ragazzotta di paese dal "carattere un po' diffidente" che ha paura del mare. Una sera, per digerire i frutti di mare che le sono rimasti sullo stomaco, Teresa adotta un sistema 'tradizionale' posizionandosi una candela accesa proprio sullo stomaco con un bicchiere rovesciato sopra, ma il bicchiere rimane incastrato. "La Teresa ha lo stomaco dentro al bicchiere e nol vol vengar fora", spiega Rita al marito incredulo. I due coniugi, il bambino e i gli amici si ritrovano a ragionare sull'accaduto, fino a quando Paolo ha un'idea che risolve la situazione.
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giovedì 16 luglio 2009
storie inquiete e disorientate (4)
"Col passare del tempo imparai molte cose. Le novelle dovevano andare dalle dieci alle quindici cartelle, né di meno né di più, non dovvano contenere eccessi sentimentali, ma correre via in modo agile, moderno, leggero. Dovevano articolarsi in una vicenda completa che portasse a una conclusione possibilmente imprevedibile. Erano da evitare in via assoluta l'adulterio, il divorzio, l'aborto, l'omicidio e, ovviamente, la prostituzione. La descrizione dei rapporti carnali non doveva andare oltre l'abbraccio e il bacio."
Giuliana Pistoso, Storie inquiete e disorientate (Ferrara: Tufani, 1996), p. 94.
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Giuliana Pistoso, Storie inquiete e disorientate (Ferrara: Tufani, 1996), p. 94.
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