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lunedì 11 luglio 2016

Ma il mare dice no




Anni fa sono stata folgorata da un piccolo libro pubblicato dalla casa editrice L’ippocampo, Dal vulcano al caos – Diario siciliano di Edith de la Héronniére. Un racconto intenso e vivido, una scrittura preziosa, un viaggio del corpo e della mente, un viaggio che, come spesso sono i viaggi, porta alla scoperta di se stessi.

Ma il mare dice no della stessa autrice non ha la medesima verve e capacità evocativa. La prosa risulta semplificata e molto più scorrevole. La preziosità del libro risiede però nella scelta del tema che ruota attorno alla parola ‘no’, “un ponticello seguito da un cerchietto: due lettere in tutto. Una sillaba insignificante, quasi sibillina. L’avverbio più semplice del mondo e tuttavia sufficiente a provocare scosse le cui onde, lungi dall’esaurirsi, toccano punti nevralgici, disturbano, suscitano interrogativi e alla fine sconvolgono”. E questo avverbio è il comun denominatore di dieci personaggi letterari celebri per il loro no: ce n’è per tutti i gusti e le epoche, da Antigone di Sofocle a Bartleby di Herman Melville o Cosimo protagonista de Il barone rampante di Italo Calvino.

Quasi tutti periscono per via del loro ‘no’ e quasi tutti mettono in discussione il sistema che li circonda, creando “una frattura nell’ordine delle cose”. De la Héronniére ci introduce nel mondo di ogni singolo personaggio quasi in punta di piedi senza rivelarne subito l’identità, senza soffermarsi sullo scrittore o scrittrice che l’ha creato, ma fornendo il quadro entro il quale si muove riflettendo sulla sua scelta.

Antigone, sorella di Polinice, deceduto nel duello mortale contro il fratello Eteocle, contesta l’editto dello zio di lasciarlo senza sepoltura e gli disobbedisce. Questa sua decisione è dettata non “da un divieto penale ma dalla pietà per i defunti, da una tenerezza fraterna più forte e più illuminata dei conflitti umani e da un rispetto per la morte che deve indurre l’uomo alla tregua”.

Il ‘no’ di Bartleby è più esasperante di quello di Antigone, diviene muro fragile e indissolubile fra la sua esistenza e il resto dell’umanità, compreso il suo datore di lavoro che ne viene travolto. “Il mistero è rinchiuso in un condizionale”, quel suo “preferirei di no” che sembra lasciare aperte possibilità di cambiamento che non giungono e lo conducono all’autodistruzione, alla cancellazione del sé, “dal fare all’essere, si arriva al giorno in cui lo slittamento progressivo del no raggiunge la sfera del non-essere: una mattina il capufficio è costretto a constatare che Bartleby non è più”.

Cosimo è un personaggio surreale e ironico che un giorno decide di arrampicarsi sull’elce del parco di casa e non scendere più. Motivo apparente il rifiuto di mangiare il piatto di lumache cucinato dalla sorella. La sua decisione sarà irrevocabile e mostrerà le difficoltà e le gioie che ad essa si accompagnano, “burlone ma sovversivo, dopo avere abolito l’ordine non lo sostituisce con il caos. Restaura piuttosto i valori dell’amore, della bontà, della cultura, dell’aiuto reciproco, dell’intelligenza pratica e teorica, ponendo al di sopra di tutto quello della lettura”. Non si lascia quindi andare ma abbraccia la sua scelta con audacia e spirito di iniziativa oltre che generosità. Vi è una sorta di contrapposizione dicotomica fra albero e terra, nel primo egli trova la libertà anche se a caro prezzo, nella seconda emerge l’ambiente oppressivo della famiglia e della società.

Lo stile diretto del libro offre uno sguardo fresco sul tema del ‘no’ e sulla sua assolutezza spesso devastante. Altri personaggi inclusi sono Cyrano di Bergerac di Edmond Rostand, Zybin protagonista de La facoltà di cose inutili di Jurij Dombrovski, Montag personaggio principale di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e Ana di Ana no scritto da Agustín Gomz Arcos.

mercoledì 18 maggio 2016

l'arte di scomparire

Pierre Zaoui, L’arte di scomparire – Vivere con discrezione, trad. Alice Guareschi, Milano, Il Saggiatore, 2015.

In inglese il termine ‘lurk’ significa ‘appostarsi, nascondersi’ e, per quanto concerne internet, viene usato con l’accezione di ‘leggere senza postare’. In una società votata all’esibizionismo continuo, ai selfie e al dire sempre e comunque la propria, praticare il ‘lurking’ è un atto quasi clamoroso e incomprensibile. Eppure farlo può significare staccare per un po’ dal mondo o decidere di semplicemente guardare cosa fanno gli altri senza intervenire o anche mettere in discussione un modus vivendi che a volte non ci appartiene. Jess Zimmerman, giornalista del Guardian, sottolinea come si dovrebbe praticare il lurking ogni tanto, anche solo per vedere cosa tratta magari il gruppo al quale ci siamo uniti o per riflettere (“i social incoraggiano a comunicare e interagire, non ad osservare e riflettere”), perché la vita online spesso è troppo frenetica e ancorata al presente o anche perché non sempre si hanno cose rilevanti da dire.  Molte persone per esempio hanno lasciato facebook, molte altre ci si muovono discretamente e altre ancora semplicemente stanno a guardare.

L’estate scorsa per diversi mesi ho praticato il ‘lurking’ soprattutto su facebook per ragioni personali e per staccare la spina dal ciclone social. Molti dei miei contatti non se ne sono accorti, qualcuno si è preoccupato, come se non pubblicare post online equivalesse a non essere, e altri semplicemente hanno continuato a trattarmi come prima. Staccare però può essere salutare, magari si ha bisogno di tempo per sé per fare altro o si sente la necessità di cambiare aria. Certo ci sono anche le volte in cui la rete ci sta stretta e non si vedono alternative. Basta poco per dar vita, in modo inconsapevole o meno, a malintesi, diatribe che poi online sono complicate da risolvere. Spesso si viaggia fra allusioni e di rado ci si confronta veramente.

E allora staccare fa vedere le questioni sotto una diversa prospettiva e proporzione. Il web è comunque un grande strumento di lavoro, conoscenza e fucina di rapporti anche preziosissimi, ma occorre continuare a guardare fuori dalla finestra, fare una passeggiata, leggere un libro, chiacchierare con un amico e così via. E bilanciare le due cose non è sempre semplice. Stare continuamente sotto i riflettori può divenire stressante soprattutto se la vita offline ci mette davanti a ostacoli difficili da superare. E sparire da internet non significa sparire tout court. La vita offline ha ancora una sua valenza e limitarsi (o aprirsi) solo ad essa per un lasso di tempo può contribuire a rigenerarci. Potrebbe/dovrebbe costituire un esercizio da fare periodicamente.

Scomparire allora diviene un modo per reagire praticando la misura e la discrezione, come sottolinea Pierre Zaoui nel suo agile e a suo modo provocatorio testo. Scomparire diviene una “questione di resistenza a un nuovo ordine stabilito: quello che pretende di identificare l’essere con l’apparire e il valore con la visibilità”. Tentare di uscire dal circo della visibilità e dell’apparire si pone dunque come una “forma di resistenza” che nell’assenza propone un rapporto diverso con lo stare al mondo. E Zaoui cita Kafka nel suo motto di “secondare il mondo”.

Dietro questo gesto si celano vari elementi come quello del narcisismo e della pulsione di morte di nietzschiana memoria. Ma non è il percorso che ovviamente Zaoui consiglia. Egli fa tre precisazioni: la prima riguarda un excursus storico dell’esperienza della discrezione, storicizzare e contestualizzare questo concetto è importante; la seconda si concentra sul fatto che questa scelta non deve essere intesa come un tratto del carattere, ossia non siamo qui a parlare di questioni psicologiche; e la terza ha a che fare con le caratteristiche di questa esperienza che vanno esplorate e indagate.

Zaoui propone quindi un viaggio storico che dalla Grecia antica porta fino ai giorni nostri per mostrare come la discrezione e, con essa, lo scomparire, siano pratiche da non sottovalutare, “la discrezione è al lavoro per frammentare, disgregare, scavare dei buchi e delle tane, per ridare un po’ d’aria e permettere la libera circolazione di ruoli, forme e destini”. Accanto alla discretio romana (separazione e isolamento) vi era l’aidos greca (pudore e vergogna) l’anava ebraica (modestia o umiltà) e l’harim mussulmana (luogo segreto e intimo). La discrezione implica creare una distanza e dar vita ad un distacco che ne fonda la morale. Tuttavia, Zaoui nota come questa pratica goda della ciclicità e alternanza, poiché è bene metterla in atto per un periodo di tempo soltanto, “la discrezione rende felici soltanto in modo ciclico, come sospensione, battuta di arresto e di rilancio, vuoto fecondo”.

E dato che chi pratica il lurking sembra sia la maggioranza di coloro che vivono online, possiamo concludere, concordi con l’autore, che “il giorno in cui ci saranno soltanto luce e casse di risonanza, e non occhi in disparte e orecchie impersonali all’ascolto, possiamo scommettere che non ci sarà più nessuno, e nemmeno nessun mondo”.

giovedì 10 dicembre 2015

Persephone Books - London

Persephone Books is a Publishing House and a bookshop based in London. It is dedicated to the publication and sale of books written by "mid-twentieth-century (mostly) women writers". It has a delightful and classy book design in silver grey with the endpaper of each book made of colourful and elegant patterns reprinted in bookmarks that come with each book.

Persephone Books was born in 1998 and has since then grown into a culty Publishing House, for its ability to have rediscovered some lost classics and published unknown forgotten excellent authors, "our books are also linked by the idea of 'home', though that doesn't preclude their characters having a career or flying an aeroplane. Mostly, though, a grey Persephone cover is a guarantee of a good read".

I visited the shop during my last trip to London, last September, and found it very welcoming. I had known about it for a few years and really wanted to go. I was not in the least disappointed and after browsing for a while, I chose to buy Diana Gardner's The Woman Novelist and Other Stories (will talk about it as soon as I finish it) first published in 1946 and the bookshop's beautiful, big resistant and, of course grey, tote bag. 

martedì 8 dicembre 2015

Le donne hanno perso?

Sul numero 41 de L’Espresso di metà ottobre del 2015 è apparsa un’inchiesta di Sabina Minardi dal titolo, Le donne hanno perso. Ha suscitato varie reazioni, come quella di Eretica sul Fatto Quotidiano, di Massimo Lizzi sul sito della Libreria delle Donne di Milano o di Barbara Bonomi Romagnoli ne La Bottega del Barbieri. In me ha suscitato una sensazione di disagio a monte, in quanto ritengo la questione sia mal posta.

La copertina dedicata all'inchiesta presenta l’immagine delle Femen, gruppo di attiviste femministe ucraine celebri per i torsi nudi esibiti durante le loro proteste. La foto ne ritrae sette su di uno sfondo roccioso in piedi su quello che sembra il tetto di un fabbricato. Ognuna di loro indossa un paio di pantaloni e scarpe sportive e sulla testa delle coroncine di fiori, una citazione d'altri tempi che ammorbidisce forse l'immagine da dure guerriere. Quasi tutte hanno i pugni serrati, ma sono i torsi nudi costellati di scritte ad attrarre l’attenzione e ad innescare uno sguardo ambiguo a metà strada fra il senso di liberazione (sessuale e non solo) e la stereotipata solita reificazione. I corpi delle Femen non sono tutti uguali, anche se nella foto di copertina sono state ovviamente inserite tutte donne magre. E le espressioni scritte sui loro torsi sanno di un attivismo un po’ retorico e ridondante, con frasi ad effetto in inglese come “I am free” o “My name is democracy”. 

L’inchiesta, meritevole di aver sottolineato alcuni punti dolenti della questione diritti e condizione delle donne, manca però di profondità e scade in vari aspetti fondamentali, a cominciare dal titolo e dalla scelta di abbinarlo alla sopramenzionata immagine. Perché utilizzare il passato prossimo? È come dire che la lotta è terminata e il risultato non si può cambiare. E inoltre, perché utilizzare il termine generico ‘donne’? Non è che a questa presupposta gara sottintesa dal titolo abbiano partecipato tutte le donne, tutt’altro. Spesso e volentieri molte rinnegano il movimento femminista peccando di scarsa memoria storica, come se certi diritti fossero stati conquistati con la bacchetta magica (c'è da dire che il pezzo online al link indicato all'inizio opta per una versione diversa che include il termine femminismo). Questo viene ribadito più volte nel corso dell’articolo citando figure di spicco come la sociologa Chiara Saraceno e la scrittrice Dacia Maraini. Ma crea un cortocircuito con il titolo e l’immagine che presenta le ‘donne’ come guerriere e amazzoni belligeranti. È un’immagine di forte impatto ma non rappresentativa dei movimenti femministi, LGBTI e queer (sigla e parola per niente utilizzate nel pezzo e mi chiedo ha più senso oggi parlare di ‘donne’ nei termini 'monolitici' che utilizza Minardi?), nel senso che ne rappresenta solo una piccola parte, la più spettacolarizzata e per certi versi controversa (e qui mi riferisco anche all’aggressività delle proteste delle Femen, all’ambiguità della loro origine e fondi per le loro campagne, il che non le rende forse pienamente credibili. Si pensi per esempio alle rivelazioni del documentario di Kitty Green, Ukraine is not a Brothel [L'Ucraina non è in vendita] del 2013).

Questo gusto per la spettacolarizzazione ritorna nell'articolo dove vi sono altre due immagini delle attiviste ucraine. Con tali presupposti l’inchiesta pone la questione in modo piuttosto superficiale. Oscilla infatti fra riferimenti alla questione italiana e straniera, senza tenere conto delle enormi differenze che vi sono per esempio fra l’Italia e gli Stati Uniti. L’articolo apre con il riferimento a Suffragette, film da poco uscito nelle sale inglesi e dedicato alla lotta per il voto delle donne inglesi. Film molto importante, ma anch’esso farcito di controversie (per niente accennate da Minardi), come la mancanza di pluralità razziale nel ritratto che viene fatto o la discutibile campagna per pubblicizzarlo che ha visto le protagoniste indossare t-shirt con la frase, “preferirei essere una ribelle che una schiava”, suscitando una grossa polemica riguardo alla mancanza di rispetto nei confronti della schiavitù e della sua memoria storica.

Minardi fa bene a sottolineare lo stigma che ad oggi riveste il termine ‘femminismo’ e sono d’accordo che una delle ragioni del sessismo e violenza contro le donne in Italia sia in parte causata dalla mancata trasmissione delle lotte e della storia nonché ricca serie di teorie sviluppate nel corso degli ultimi decenni da parte delle generazioni passate a quelle odierne. Ma Minardi si ferma qui e anzi ribadisce, citando Saraceno, che il femminismo della differenza (appena citato senza un minimo di contestualizzazione) ha creato una teologia poco accessibile che ha portato a fraintendimenti e distacco. Su questo punto ci sarebbe da ragionare molto di più rispetto alle esigue righe spese da Minardi.

Basti qui ribadire il fatto che per il femminismo uno dei passaggi fondamentali è stato quello di non fermarsi alla questione politico-sociale delle conquiste dei diritti, ma approfondire e sviluppare teorie che mettessero in discussione la concezione stessa della società e del suo modo di pensare. Esponenti italiane del pensiero della differenza sono state Luisa Muraro e Adriana Cavarero e le studiose che in Francia hanno dato il via a questo filone teorico sono state Luce Irigaray, Julia Kristeva e Hélène Cixous. Il loro lavoro ha in parte ispirato gli studi di genere di matrice statunitense, come quello di Judith Butler che nella prefazione del 1999 della versione originale di Questioni di genere sottolinea come la sua analisi sia radicata negli studi di alcuni intellettuali francesi, fra i quali ritrovaimo Kristeva, oltre che Michel Foucault, Jacques Lacan e Monique Wittig la quale meriterebbe un discorso a parte. Liquidarle in poco spazio senza neanche citarle è una grave mancanza che perpetra l’ignoranza attorno alla storia delle donne in Italia e non solo. Senza contare che negli ultimi anni, sono stati pubblicati testi importanti sulla condizione femminile che dovrebbero avere una maggiore attenzione da parte dei media, come Per amore o per forza – Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo di Cristina Morini edito da Ombre Corte, che sta pubblicando molti testi sul femminismo e gli studi di genere. Il libro di Morini fa il punto sulla questione donne, lavoro, biopolitica e precarietà e dovrebbe essere al centro di dibattiti e scambi, mentre Minardi chissà forse non ne conosce neanche l’esistenza. Ma vi sono altri scritti come quelli della casa editrice Settenove che si adopera per divulgare una sensibilità differente riguardo al genere in splendidi libri per bambini e non solo. Ci sono le iniziative di centri culturali storici come la Libreria delle Donne di Milano o l'Associazione Orlando di Bologna.

Minardi non menziona nessuno di questi nomi e/o centri e cita cosa? Una graphic novel, Cattive ragazze di Assia Petricelli e Sergio Riccardi, che meriterà sicuramente attenzione, ma non è rappresentativa del lavoro politico, culturale e teorico che tante donne (e) femministe hanno fatto nel corso degli ultimi decenni. Cita Papa Francesco (!!!) e non il lavoro di tanti collettivi femministi e non solo che da tempo lottano per i diritti di donne, gay, lesbiche, trans e intersessuali. Di questi gruppi cita solo Non Ora Quando come se fosse l'unico ad esistere, mentre è uno dei tanti e anzi spesso in contrapposizione con le posizioni di altri gruppi.

Queste gravi mancanze sono colmante in minima parte con il riferimento al sito Zeroviolenza e alla giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica Loredana Lipperini che da anni si adopera per fare informazione e dibattere e lottare per i diritti delle donne con i suoi libri, il lavoro a Radio Rai Tre e la costante e battagliera presenza sui social network, ma appunto tutte le altre??? Come si può parlare di sconfitta se non si redige una mappa della situazione perlomeno italiana?

In Inghilterra, per esempio, il femminismo è entrato nelle scuole e nelle università e il dibattito è andato avanti a vari livelli, come quello dell’attivismo, dello studio teorico e dell’aspetto politico. È da poco sorto un acceso dibattito riguardo la possibilità di toglierlo dal programma di studi delle superiori. In Italia non siamo mai arrivati nenache a questo punto, la maggior parte delle persone pensa che non la questione non la riguardi forse proprio perché non fa parte della sua formazione, non è un argomento condiviso. Qualcosa sta cambiando con tante iniziative, ma è sempre e comunque una strada in salita.

Le donne hanno dunque perso? Come ho cercato di evidenziare, la domanda è mal posta. E se si vuol parlare di sconfitte, occorre farlo in modo adeguato, partendo da un quadro organico e con uno sguardo lungo sulla questione. Se si vuol parlare di sconfitte lo si dovrebbe fare in modo costruttivo perché anche le sconfitte possono fornire degli insegnamenti importanti, perché anche dalle sconfitte possono nascere nuove risorse e lotte per i diritti delle donne e di tutte le minoranze. Come sottolinea Judith Halberstam in The Queer Art of Failure, un recente studio sul fallire, il successo e il pensare positivo sono riconducibili a una eteronormatività che può risultare tossica. Fallire quindi ne svela le dinamiche di potere e ci riporta alla "meravigliosa anarchia dell'infanzia" destabilizzando " i confini in teoria definiti fra adulti e bambini, vincitori e vinti".

Rosella roz Simonari

venerdì 19 dicembre 2014

H24 - Acasă


Camera del Commercio, Bari, 9 ottobre 2014, ore 21.15

C’è un gioco di sguardi e prospettive nel mondo delle colf e delle badanti. Guardano la vita delle persone di cui si occupano dal didentro, che è un didentro pieno di paure, insicurezze, disagi e malattie e, allo stesso tempo, vengono guardate come corpi estranei in una società che non si cura più del lavoro di cura. Lo spettacolo H24 – Acasă mette in scena questo gioco di sguardi e mostra, come sottolinea l’ideatrice del progetto Valeria Simone, il modo in cui le nostre (di noi italiani e non solo) famiglie sono cambiate e come sono cambiati i rapporti fra genitori e figli.

E proprio un gioco di sguardi costituisce l’apertura dello spettacolo con sei donne che entrano in scena nell’ingresso della Camera di Commercio di Bari dove, secondo un percorso itinerante, ognuna reciterà o danzerà un pezzo. Parlano tra di loro e poi, accorgendosi della presenza del pubblico, rivolgono verso di noi il loro sguardo, restituendo parte dell’alterità entro la quale vengono spesso confinate.

Adriana Gallo
La genesi dello spettacolo si è sviluppata a partire da diversi incontri e chiacchierate con colf e badanti in carne e ossa che hanno parlato della loro esperienza e del loro vissuto. È questo un metodo che Simone porta avanti da anni per le sue opere (qui un’intervista), perché partire dalla realtà ci permette di comprenderla, accettarla e, in qualche caso, modificarla.

Il primo monologo si intitola “Petra”, è stato scritto da Simone stessa e viene recitato da Adriana Gallo. Siamo in un angolo angusto della struttura, Gallo indossa un abito nero e ha i capelli raccolti in uno chignon. Unici oggetti di scena, una sedia e dei fogli che ripetutamente tenta di attaccare al muro ma che invariabilmente cadono a terra. Il monologo è scandito dalle ore alle quali corrisponde un’attività, una mansione. Curare un corpo umano è come montare una lampada, ma la signora “non puoi accenderla”. La signora di cui si deve prendere cura ha perso la memoria e non la chiama mai usando il suo nome ma con nomi di altre persone. Cosa significa restare accanto ad una persona priva di memoria? Cosa significa accudirla sapendo che le figlie “sono delicate, non la vogliono toccare”? Il senso del tatto, così importante quando si è bambini, si perde strada facendo e diviene barriera nei confronti di genitori che non si è più in grado di toccare. 
Raffaella Giancipoli

Simone ci conduce nello spazio del monologo seguente, “Tra due sponde”, di e con Raffaella Giancipoli. In questo caso, come già sottolinea il titolo del pezzo, ci affacciamo al mondo che molte volte colf e badanti si lasciano alle spalle, ferite che non si rimarginano mai. Nicolaj è il figlio che la protagonista ha dovuto abbandonare per cercare lavoro in Italia, Nicolaj che le chiede di andare via con lei, Nicolaj che vuole infilarsi nella valigia della madre per partire con lei, Nicolaj che non resiste al distacco e che alla fine si uccide. Si chiamano ‘orfani bianchi’ i bambini lasciati dalle madri che vanno a lavorare all’estero e, in molti casi, sopraggiunge la depressione, la nostalgia per la madre assente e il suicidio.


Arianna Gambaccini
Terzo monologo. Cambio di tono. “La vita è un diamante nero” di e con Arianna Gambaccini. Spesso le badanti vengono accusate di sedurre gli anziani e questo monologo affronta il tema con ironia. Rita si trova in tribunale e si rivolge ad un giudice, “mia farfallina ha fatto felice tre uomini” dice senza remore, “facevo, signor giudice, lavoro con amore, facevo anche di più, facevo amore (…). Mia vita è un diamante nero (…). Voi, signor giudice, vedete la straniera e non la donna”. Di nuovo il gioco di sguardi. Come vengono viste le badanti che hanno una relazione o anche solo rapporti sessuali con i loro assistiti? Straniere da tenere alla larga? Straniere che si approfittano degli anziani? È davvero
così? Il monologo divertente e scanzonato ci dice proprio questo, forse si guarda troppo alla straniera senza vedere la donna.


Il quarto monologo propone un nuovo cambio di tono. “Altrove” di e con Annabella Tedone. Domenica mattina, cinque ore di lavoro, passare lo straccio e pensare e parlare del proprio paese, della propria famiglia, del proprio padre, “quando sono diventata grande e bella per mio padre è iniziata la tragedia”. Il padre non accetta la sua libertà, il padre la picchia. Poi il matrimonio e la separazione dalla famiglia. Poi la chiamata del padre e il bisogno di credere al suo gesto di riconciliazione. Poi la scena di un’ennesima violenza resa magistralmente dall’atto ripetuto di sbattere lo straccio bagnato a terra. Zampilli d’acqua come dolore
Annabella Tedone
che fluttua, sangue che scorre. Era incinta e ha perso il bambino. Il flash-back termina e la nostra protagonista prosegue nel raccontarsi e nel dirci che ora in Italia ha un’altra vita, “lavoro e aspetto”, è di nuovo incinta e assieme al compagno chiameranno la bambina Vita. La scena si conclude con “Meraviglioso” di Modugno in sottofondo. E il pubblico fermo e intento a riprendersi dal forte momento di pathos, sembra tornare a respirare. Si sta insinuando dentro di noi che guardiamo e ascoltiamo queste storie la consapevolezza sempre più forte che la loro vita, i loro sguardi ci riguardano molto di più di quanto pensiamo.


Marialuisa Longo
Quinto monologo, il più forte, il più difficile da guardare fino in fondo. “Strika” di e con Marialuisa Longo. C’è un tavolo sul quale sono disposte frutta e verdura, carote, cavolfiori ecc…e un lamento lacerante che scuote anche i nervi più saldi. È un uomo che sta male? Cos’ha? Non viene specificato. Strika indossa un abito chiaro e lungo, indossa un paio di guanti di lattice e inizia a passare un panno sulle verdure. Man mano che la scena prosegue realizziamo che le verdure e la frutta rappresentano un corpo umano, il corpo dell’anziano malato, che diviene paradigma del corpo di tutti i malati, di quei genitori che ora sono corpo che non si vuole toccare e dei quali non ci si vuole prendere cura. Strika non può uscire dalla stanza, Strika indossa delle cuffie, “io posso sopportare”. E poi la richiesta del figlio di uccidere il padre, una richiesta reiterata, una richiesta che Strika fa poi al pubblico, gelato da questo gesto metateatrale. Ora è dentro, ora siamo dentro, ora lo sappiamo che ci riguarda. Ora sappiamo che dobbiamo fare qualcosa per gestire il lamento lacerante. Strika “risolve” il nostro lacerante dubbio e inietta la siringa di liquido mortale nel corpo dell’anziano. È finita. È finita?

Spostarci da questo spazio per raggiungere il cortile è dura. Ultimo monologo, “Tempo sospeso” di e con Belen Duarte. L’assenza di parole che questo monologo danzato ci offre crea un intenso, sottile, raffinato contrasto con il lamento della scena precedente. L’atmosfera è rarefatta e si compone di nostalgia e malinconia. Duarte prende una carta rossa e ritaglia dei cuori, c’è una valigia, simbolo del
viaggio, simbolo dell’andare e dell’allontanarsi da ciò che è caro. Esegue diversi movimenti di equilibrio, piega il torso, si gira, braccia in alto, mano sul viso…gesti delicati, gesti anche spezzati. Prende i cuori ritagliati e li porta verso la valigia, li mette lì dentro, prende di nuovo la carta e ne ritaglia altri. Dove si trova il suo cuore ora? Dove lo ha lasciato? E dove è diretto il suo sguardo?

Belen Duarte