mercoledì 4 dicembre 2013
la vita erotica dei superuomini
Marco Mancassola, La vita erotica dei superuomini (Milano: Rizzoli, 2008).
Il senso e la ricchezza di questo romanzo sono già contenuti nel titolo che fornisce dei dettagli fondamentali (del resto è quello che un titolo dovrebbe fare): il termine ‘vita’ che rimanda ad una dimensione personale di contro ad ‘avventura’ che accanto alla parola ‘superuomini’ sarebbe sembrato più in linea con i protagonisti del libro, Mr Fantastic, Batman, Mystique e Superman; l’aggettivo ‘erotica’ che innesca il senso di spaesamento nel lettore/lettrice, cosa ci sarà mai da sapere sulle abitudini sessuali dei supereroi? Che cosa ci vuol dire l’autore con questa scelta terminologica? E poi il sostantivo ‘superuomini’ che di nuovo aggiunge un ulteriore senso di spaesamento. Perché superuomini e non supereroi?
La risposta a questi interrogativi è ovviamente soggettiva e si scopre solo lasciandosi avvolgere dall’ottima prosa di Mancassola che ricrea un mondo che molti di noi conoscono dall’adolescenza ma che egli rende vivo e intenso con scelte narrative non ortodosse. E per l’appunto è immaginandosi la vita erotica di questi personaggi che l’autore mostra il loro lato ‘umano’. Un lato segreto e nascosto che però ci dice moltissimo sulla cultura che li ha creati, la cultura statunitense e la città per eccellenza che li ha resi celebri, New York, la protagonista silente del libro.
Il romanzo apre proprio con una poetica immagine della città e di quello che significava per Reed Richards, alias Mr Fantastic: “Un tempo quello era il centro del mondo, un mazzo di steli di cemento conficcati nel granito, un reticolo di strade dai cui tombini usciva, costante, il vapore del sogno. Un tempo quella era la sua città, il luogo dove lui compiva grandi imprese, dove progettava meraviglie, dove sua moglie lo amava senza condizioni e dove ogni parola pronunciata, anche la più casuale, aveva il suono di una battuta perfetta.”
L’utilizzo dell’imperfetto ci dice che ora non è più così, ora Mr Fantastic è un uomo invecchiato, ricco e solo, la cui vita si svolge fuori dai riflettori in una dimensione distaccata e controllata che viene però incrinata dalla presenza di una giovane donna ambiziosa, che gli fa perdere la testa.
Batman invece viene ritratto magistralmente come un super-ricco le cui manie per le ragazzine hanno rimpiazzato il suo interesse per Robin col quale aveva avuto una relazione. Robin, che è stato brutalmente ucciso da un killer misterioso. L'apertura del capitolo a lui dedicato è eloquente: "Era nel bagno con addosso solo un paio di boxer da duecento dollari. La sua pelle era abbronzata e gli addominali tesi. Bruce Wayne si guardò allo specchio, sorrise a se stesso e iniziò a ballare."
Mystique è l’unica donna del gruppo ed è colei che forse si è davvero reinventata come conduttrice di un programma comico televisivo all’interno del quale si tramuta in diversi personaggi famosi come Madonna o Putin.
E Superman è il grande vecchio, la leggenda vivente che "si appoggiava a un bastone di legno e appariva scosso da un vago, ininterrotto tremito". La sua fama non è stata deturpata dal declino "di progressiva disfatta che aveva sommerso (...) la scena dei supereroi" e forse anche per questo ha aperto una scuola per aspiranti supereroi, un po' come Professor X di X-Men.
E poi ci soni i fratelli Bruce e Dennis De Villa, due italiani trapiantati negli States, la cui madre nasconde un mistero importante per comprendere i risvolti narrativi del romanzo, risvolti che ruotano attorno alla drammatica e scabrosa morte dei supereroi. Bruce è giornalista e Dennis è detective, due ruoli chiave e se vogliamo anche tipici, quando non stereotipati, dei telefilm made in USA oltre che di molte storie dei supereroi. Clark Kent fa il giornalista quando non svolazza in giro a salvare vite.
L’aspetto che trovo straordinario del libro è la riflessione che Mancassola conduce su queste figure, dando loro spessore e credibilità, a partire dai loro rispettivi poteri e/o status. Mr Fantastic, l’uomo di gomma, si ritrova a fare i conti con un corpo invecchiato dove comunque il suo pene resta l’unica parte del corpo che non è in grado di controllare, “che tende a modificarsi al di fuori della [sua] volontà, seguendo inconsciamente quelli che sembrano, di volta in volta, i desideri della [sua] partner”. Batman è invece morbosamente attento al suo corpo e alla sua fisicità e mostra con orgoglio alla giovane escort di turno il suo mitico costume. Mystique ha bisogno di una certa concentrazione per tramutarsi in un’altra persona e quando si invaghisce di uno dei protagonisti del romanzo, si ritrova addirittura a trasformarsi in lui, “il suo corpo mutevole. Il suo corpo solitario, orgoglioso, il corpo che non accettava di mischiarsi agli altri corpi, preferendo di trasformarsi in essi, conoscerli senza toccarli”.
Concentrarsi sulla presunta vita erotica di questi personaggi mostra la loro vulnerabilità e, più in generale, come lo stesso Mancassola ha sottolineato, la vulnerabilità di un paese come gli Stati Uniti che non incarna più quell’orizzonte di possibilità, speranze e potere che rappresentava in passato.
Un libro davvero bello e consigliatissimo che è stato già tradotto in francese e, di recente, anche in inglese.
lunedì 5 agosto 2013
lo schermo del potere
Alessandra Gribaldo, Giovanna Zapperi, Lo schermo del potere (Verona: ombrecorte, 2012).
Nel 2009 il web è stato investito da un dibattito
corposo e controverso sull’immagine della donna nella televisione italiana. A
dare un’eco fondamentale a questo dibattito è stato il documentario realizzato
da Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù, Il corpo delle donne,
che mostra, attraverso un montaggio ragionato, quanto il corpo femminile sia
stato reificato all’interno dei programmi dedicati all’intrattenimento, come
Buona Domenica, in onda su Canale 5.
Lo schermo del potere di Alessandra Gribaldo e
Giovanna Zapperi getta una luce articolata su quel dibattito
contestualizzandolo e ampliandone i contenuti secondo le teorie femministe e
visuali. La prima constatazione che emerge è la disparità fra la
rappresentazione della donna sul piccolo schermo e la realtà delle donne che
vivono al di fuori dello schermo stesso. Disparità che non deve però
trasformarsi in dicotomia, come sembra mostrare il sopramenzionato
documentario, dove forse, notano le autrici, vi è un esagerato accanimento nei
confronti delle donne rifatte in tv contro le donne non rifatte nella realtà.
Come se le prime non fossero donne reali e le seconde lo fossero anche troppo,
“la sottolineatura costante del ritorno all’autenticità del femminile,
all’esigenza di sincerità si adagia sulla convinzione che esista qualcosa come la donna…”. Il rischio quindi è quello di
essenzializzare la donna, di ridurla ad una definizione prestabilita. Criticare
aspramente la tipologia di donna veicolata dalla tv non è la strada giusta da
percorrere. La questione, secondo le autrici, è ben più complessa.
Ed è per questo che occorre aprire la riflessione
sulla “costruzione visiva dell’alterità” al rapporto fra sessismo, razzismo e
omofobia che non sono separabili fra loro. In questo senso, la figura della
donna migrante emerge come paradigmatica nel fornire un immaginario ancora una
volta intriso di stereotipi, in quanto “particolarmente esposta al doppio registro
che oppone minaccia e degrado da una parte, autenticità, cura, materno oblativo
dall’altra”. La donna migrante non la ritroviamo solamente sovraesposta in
televisione come ‘madre natura’ in programmi come Ciao Darwin, ma anche al
centro delle cronache rosa e giudiziarie che ruotano attorno a Silvio
Berlusconi. Il suo ‘bunga bunga’ veicola una sintesi grottesca di orientalismo
e razzismo volto ad autolegittimarsi secondo un atteggiamento di presunzione
“in cui il capo di stato è sempre identificato con colui che penetra”.
Le autrici proseguono con riflessioni sulla
precarietà e su come essa in qualche modo vanifichi il significato del termine
‘normalità’. Ma è sulla normalità, o meglio sullo sguardo normalizzante che
bisogna soffermarsi, in quanto se da un lato lo sguardo è un sito di potere,
dall’altro esso può diventare un sito di resistenza, per cui è importante
contrastare “l’impero della normalità” che vuole le donne come soggetti unitari
e ‘autentici’, altro termine questo che va decostruito per lasciare spazio al
concetto di ibrido, creolo e meticciato. Lo sguardo va quindi riconfigurato e
gli stereotipi messi in discussione, per un continuo, vitale e conflittuale
rapporto con il visuale.
giovedì 14 febbraio 2013
one billion rising e il mio fastidioso prurito [ITA]
One Billion Rising (un miliardo di persone che si alzano) è
un evento globale organizzato e promosso da V-Day, un’organizzazione no-profit
nata dal monologo teatrale e libro di Eve Ensler, I monologhi della vagina
(1996), organizzazione che si dedica a creare eventi per combattere la violenza
contro le donne. Il 14 febbraio 2013 V-Day compirà quindici anni e One Billion
Rising è stato organizzato per celebrare questo risultato. Donne (e in teoria
uomini) in tutto il mondo sono invitati ad alzarsi e danzare per protestare
contro la violenza sessuale nel giorno in cui un ideale romantico e
stereotipato di amore viene celebrato. San Valentino deve essere abbastanza
arrabbiato di questo e neanche l’incredibile giro di denaro che lo circonda
farà i salti di gioia! Ma che bella idea, mi sono detta. Ecco perché mi sono
unita al gruppo di donne che organizza l’evento nella mia città. Tuttavia, poco
dopo un sotterraneo fastidioso prurito ha iniziato a svilupparsi dentro di me. Danzare?
Che tipo di danza? E come sarà messa
in scena?
Secondo un rapporto della UN Women del 2003, una donna su
tre nel mondo è stata stuprata o picchiata durante la sua vita, a detta del sito
di One Billion Rising. Questo equivale ad un miliardo di donne, “un miliardo di
donne violate è un’atrocità. Un miliardo di donne che danzano è una
rivoluzione”. Eve Ensler sottolinea che
La danza è
pericolosa, gioiosa, sensuale, sacra, di disturbo, contagiosa, infrange le
regole. Può avvenire ovunque, in qualsiasi momento, con chiunque ed è libera.
Il danzare insiste sul fatto che noi prendiamo spazio e stiamo insieme. La
danza ci unisce e ci spinge ad andare oltre ed è per questo che è al centro di
ONE BILLION RISING.
In questa affermazione non vi è nessun riferimento specifico
a nessun tipo di danza e l’idea che la pervade è che la danza sia la cura di
ogni malattia, il che non è vero. La coreografia creata dalla star televisiva
della serie TV Saranno Famosi, Debbie Allen, consiste in piccoli passi fatti
sul posto, in avanti, ai lati e indietro. È abbastanza semplice e di grande
effetto quando danzata da un gruppo. Non rappresenta la violenza, non ha pathos,
è piuttosto una danza di gioia. Forse un altro tipo di approccio al movimento
sarebbe stato più potente. Come Maria Chiara, una mia amica ha suggerito,
potremmo distenderci per terra in silenzio o forse potremmo restare fermi in
una posa particolare per un minuto (danzare è anche restare fermi). Questo è un
punto importante in quanto la danza può essere una buona idea per un progetto
come questo, ma penso che dovrebbe essere più intrinsecamente collegata alla
questione, dovrebbe far riflettere le persone sulla violenza contro le donne,
non divertirsi nella speranza di combatterla. Il fastidioso prurito torna a seccarmi.
Penso all’Italia e a quanto scoraggiante sia il modo in cui
la danza è percepita. Negli ultimi venti anni circa, l’Italia è stata infestata
da quello che comunemente viene conosciuto come ‘velinismo’, ossia degli atti
di non particolare significato interpretati da show-girls inesperte, atte anche
a danzare numeri malamente. Questo trend è nato alla metà degli anni Novanta
con lo show televisivo Striscia la notizia di Antonio Ricci trasmesso su Canale
5, una delle reti di Silvio Berlusconi e si è diffuso nella televisione
italiana con il risultato di denigrare le donne in generale e le danzatrici in
particolare. Questo nonostante vi siano numerose compagnie di danza, molti
gruppi di persone che davvero studiano seriamente la danza e producono lavori
interessanti. Ecco perché promuovere un evento con donne che si alzano e
danzano mi suona strano. E gli altri paesi che hanno aderito alla campagna? In
altre parole, il danzare ha molte implicazioni e significati in differenti
paesi, il team di One Billion Rising ha pensato a questo aspetto?
E poi rifletto sulla portata di questa campagna che è globale. È
una chiamata gobale ad agire. Il sito è organizzato benissimo con un elenco di
più di sessanta lingue (tradotte con il traduttore google però), una serie di
strumenti e consigli per coloro che vogliono aderire, un blog, una sezione con
le novità, molto materiale video, diverse affermazioni e una sezione dove si
può condividere il piano del progetto della propria città. Se non fosse per la
sua nobile causa, sembrerebbe una gigante campagna di marketing per omologare
e, come ha sottolineato un’altra mia amica, spettacolarizzare la violenza
contro le donne. È vero, chi aderisce è abbastanza libero di decidere che
musica mettere, che tipo di danza fare e così via. Eppure sembra un evento di
marca. Per fare un esempio, l’ingegnoso logo rosso, la stilizzazione di una
donna con i fianchi ampi (ricorda le piccole statue delle dee madri
preistoriche) con una V bianca stampata sulla vagina (naturalmente!), apparirà
ovunque e ridurrà le differenze fra i paesi che partecipano. Ensler, in un recente
video girato a Londra, sottolinea il fatto che la violenza contro le donne è un
problema “globale, patriarcale, epidemico”, ma è positivo affrontarlo in questo
modo? Penso sia una questione
controversa insita nel progetto.
Come lo è il sottostante femminismo essenzialista promosso
da Ensler, il cui tono troppo politically correct e idealistico pervade tutta
la questione. Il testo dell’inno della campagna “Break the Chain” (spezza la
catena) di Tina Clark è esemplare: “Questo è il mio corpo, il mio corpo è sacro
/ niente più scuse, niente più abusi / siamo madri, siamo insegnanti /siamo
splendide, splendide creature”. Definire le donne come madri e insegnanti ripristina
quello che le femministe e molte altre donne e uomini hanno tentato di
decostruire durante gli ultimi quaranta anni, ossia l’associazione
essenzialista tra donne, riproduzione e la cura, una cosa alquanto deprimente.
Anche leggendo La preghiera di un uomo di Ensler (una buona idea a modo suo) ci
si confronta con l’illusione che tutto andrà bene (la preghiera termina di
nuovo con un riferimento alla maternità!), che la violenza contro le donne sta
per finire. Questo tono è stato probabilmente usato per mettere d’accordo più
persone possibili. Il che va pure bene, come ho già detto, prenderò parte
all’evento, ma il mio fastidioso prurito resta, in quanto, nel profondo, sento
che eventi come questo, un gigantesco evento di un giorno che è così eccitante
e che include così tante persone, non cambierà veramente le cose. Dopo aver
danzato insieme, quante donne torneranno a casa e decideranno di ribellarsi se
il loro marito le picchia? E quanti mariti violenti rifletteranno sul loro
desiderio di picchiare le loro mogli?
Secondo la giornalista del Guardian, Vanessa Thorpe, Ensler
ha fatto un paragone interessante fra la sua campagna e “l’attivismo nel mondo
arabo”, ma ci sono differenze sostanziali. La campagna di One Billion Rising è
stata organizzata dal V-Day che è una ben radicata istituzione no-profit
statunitense, mentre la primavera araba è stata un sollevarsi della gente
comune contro un sistema che la governava. La prima tiene una prospettiva
verticale, dura per alcune ore e probabilmente disturberà più che altro
il giorno di San Valentino, la seconda si è mossa orizzontalmente, è
durata giorni, settimane, mesi (in Siria stanno ancora morendo!) e ha tentato e
in parte è riuscita a sovvertire il sistema che governava queste persone.
In qualche modo questa campagna è un altro esempio
meraviglioso della nostra società schizofrenica dove il significato delle cose
è stato sostituito dal suo corrispondente nel mercato, che ahimé è vuoto…la
violenza contro le donne è un problema complesso intrinsecamente collegato alla
cultura, l’economia, la scienza e la tecnologia. Dovremmo guardarlo da un punto
di vista più ampio e affrontare queste sfere. Come sono rappresentate le donne
nei media e nella cultura in generale? Come si collega questo elemento al
senso di possesso che gli uomini di solito sviluppano nei loro confronti? Le
donne dovrebbero essere economicamente indipendenti dagli uomini, ma l’economia
odierna, almeno in Italia, non è a misura di donna per nulla. Le donne, poi,
sono le vittime del controllo biopolitico sofisticato sui loro corpi (per
citare Michel Foucault e Rosi Braidotti) come accade per lo stupro come arma di
guerra.
Oggi mi unirò alla causa di Ensler (assieme al mio sempre
presente fastidioso prurito comunque) e prenderò parte all’evento nella mia
città. Ensler stessa ha affermato che questo è l’inizio di un cambiamento reale
e che per tutto l’anno dovremmo pensare a cosa possiamo fare per combattere la
violenza contro le donne. Forse potremmo iniziare danzando in modo differente,
portando un po’ di pathos in passi che possano esprimere la complessità della
questione e non dovremmo farlo ovunque, ma in posti specifici di potere che
contribuiscono a perpetrate questa dolorosa atrocità, come le banche o le sedi
dei quotidiani. Infine non dovremmo farlo solo per un giorno, ma ogni giorno
come è accaduto per le proteste nel mondo arabo o, in ogni caso, regolarmente,
tipo ogni settimana come è accaduto con la protesta veramente rivoluzionaria
delle Madri di Piazza di Maggo in Argentina che hanno trasformato la maternità
in un appello sociale per la giustizia. Ecco, il mio fastidioso prurito si sta
calmando ed ora sono pronta per danzare!
one billion rising and my itchy feeling [ENG]
According to a 2003 UN
Women report, one out of three women in the world have been raped or beaten in
their lifetime, the One Billion Rising site says. That is about one billion
women, “one billion women violated is an atrocity. One billion women dancing is
a revolution”.
Eve Ensler affirms that
Dance is dangerous, joyous,
sexual, holy, disruptive, contagious, it breaks the rules. It can happen
anywhere, anytime, with anyone and everyone, and it's free. Dancing insists we take up space, we go there together in community.
Dance joins us and pushes us to go further and that is why it's at the centre
of ONE BILLION RISING.
In this assertion there
is no specific reference to any kind of dance and the idea pervading it seems
to be that dance is the cure for every disease, which is not. The choreography
created by TV series Fame star Debbie Allen consists of small steps on place,
to the front, to the side and backwards. It is quite simple and of great effect
when performed by a group. It does not represent violence, it does not have any
particular pathos, it is rather a dance of joy. Would not another type of
movement approach have been more powerful? As Maria Chiara, a friend of mine
has suggested, we could all lay down in silence or maybe we could stand still
for a minute in a particular pose (dancing is also being still). That is an
important point, because dance may be a good idea for a project like this, but
I think it should be more intrinsically related to the question, it should make
people stop and think about violence against women, not enjoy themselves in the
hope of fighting it. The itchy feeling returns to bother me.
I think about Italy and how discouraging
is the way dance is being perceived. In the past twenty years or so, Italy, has been
infested by what is commonly known as ‘velinismo’, that is acts of no
particular significance performed by untrained show-girls, including a poorly
acted dancing. This trend was born in the mid-1990s with the TV show, Strisciala notizia (the news that crawls) by Antonio Ricci on Channel 5, one of Silvio
Berlusconi’s TV channels and has widespread on Italian television with the
result of denigrating women in general and dancing women in particular. This
happens in spite of the fact that there are many dance companies, many groups
of people really studying dancing seriously and producing interesting works. That
is why promoting an event with women standing up and dancing sounds weird to
me. And I ask myself, what about the other countries that have adhered to the
campaign? How is this dancing event going to be perceived? In other words, dancing has many implications and
meanings in different countries, has the One Billion Rising team thought about
that?
And then I think about
the scale of this campaign which is global. This is a global call for action.
The website is very well organized with a list of more than sixty language
selection option (google translator, though), a toolkit for those who want to
join in, a blog, a news section, a lot of multimedia material, like videos and
statements, and a section where you can share your plan of the event in your
town. If it were not for its noble cause, it would look as a giant marketing
campaign to standardize and, as another friend of mine has said, turn it into a
giant show. It is true, those who join are quite free to decide what music they
can choose, what kind of dancing are they going to perform and so on. Still, it
looks like a branded event. To name one thing, its clever red logo, the
stylization of a woman with pronounced hips (it recalls the mother goddesses’ prehistoric
small statues) with a printed white V on her vagina (of course!), will appear
everywhere and reduce differences among those countries who take part to the
campaign. Ensler, in a recent video shot in London, highlights the fact that violence
against women is a “global, patriarchal, epidemic” problem, but should it be
addressed in this manner? I think this is a controversial issue embedded in the
project.
As is the underlying
essentialist feminism promoted by Ensler, whose too politically correct and too
idealistic tone pervades the whole thing. Tina Clark’s lyrics of the campaign
anthem “Break the Chain” are exemplary: “This is my body, my body’s holy / No
more excuses, no more abuses / We are mothers, we are teachers, / We are
beautiful, beautiful creatures”. Defining women as mothers and teachers only
reinstates what feminists and many other women and men have been trying to
deconstruct during the past forty years, that is the essentialist association
between women, reproduction and cure, something which is quite depressing. Even
reading Ensler’s Male Prayer (a good idea, in a way) one is confronted with the
illusion that everything is going to be fine (the prayer ends again with a
reference to motherhood!), that violence against women is about to end. This
tone has probably been used to get as many people as possible to agree with
this campaign. Which is fine, as I said, I am going to be part of the event
itself, but still the itchy feeling remains because deep down I sense that
events like this one, a huge one-day event that is so exciting and that it includes
so many people is not really going to change things. After having danced
together, how many women will go back to their home and decide to rebel if
their husband start beating them? And how many violent husbands will reflect on
their urge to beat their wives?
According to the
Guardian journalist, Vanessa Thorpe, Ensler has made an interesting comparison
between her One Billion Rising campaign and “the activism in the Arab world”,
but there are substantial differences. The One Billion Rising campaign has been
organised by the V-Day which is a well established nonprofit institution in the
United States,
while the Arab spring was an uprising of the people against the system that
governed them. The former took a vertical approach, lasts for maybe a few hours
and is probably mainly going to disrupt Saint Valentine’s day, the latter took
a horizontal one, lasted days, weeks, months (in Syria they are still dying
every day!) and attempted and in part managed to disrupt the political system
that governed these people.
In a way, this campaign
is another marvellous example of our schizophrenic society where meaning has been
replaced by its marketable correspondent, which is, alas, empty…violence
against women is a very complex problem that is intrinsically connected with
culture, economics, science, technology. We should look at it from a wider
point of view and tackle these spheres. How are women represented in the media
and in culture in general? How is this element connected with the sense of
possession men usually develop over them? Women should be economically
independent from men, but today’s economy, at least in Italy, is not
women friendly at all. Women, then, are the victim of a sophisticated
biopolitical control over their bodies (to quote Michel Foucault and Rosi
Braidotti) as it happens with rape as a war weapon.
Today I will join
Ensler’s cause (with my ever-present critical itchy feeling though) and take
part to the event in my town. Ensler herself has affirmed that this is the
beginning of a real change and that throughout the year we should be thinking
about what we can do to fight violence against women. Maybe we could start by
dancing in a different manner, bringing pathos in steps that could express the
complexity of the issue, and we should not be doing it anywhere, but in
specific places of power that contribute to perpetrate this painful atrocity,
like banks or newspaper buildings. Last but not least, we should not be doing
it just for one day, but every day as it happened with the protesters in the
Arab world or, anyway, on a regular basis, like every week, as for example
occurred with the truly revolutionary protest of the Madres de Plaza de Mayo in
Argentina who turned motherhood into a social appeal for justice. Right, my itchy
feeling is calming down and now I am ready to dance!
lunedì 11 febbraio 2013
one of those days...
One of those days ...[ENGLISH]
Today is one of those days when you feel absolutely depressed and wish to cut yourself from the world. Precarity keeps eating your life up like a giant monster, and maybe as a consequence of that, your relationship with food is really messy, you work your ass off to continue working on your projects, even though you are doing most of them for free, your research has been in stand-by for way too long, the guy you like refuses to clarify things with you, your family problems are always there with the risk of becoming worse and worse in a minute, and you feel tired, incredibly tired.
You say to yourself, send them all to hell and take a break. Cancel all the commitments you have taken, erase problems from your life, run to a desert island and rest in peace (dangerous affirmation, isn't it?). Then a friend of yours send you via email an article on local politics, you read it and realise once again that the world is shit. The institutions that represent you are mainly made of incompetent people and if you remove yourself from the world, even for a week or two (I would really love to do so right now), you may not find a world when you come back.
So what is there to be done? How can I recharge my batteries? I do not know, I do not have a plan, I now my energies are limited and that I need to take one step at a time. But I know that I feel good when I write, I feel myself when I jot things down on a page. So I could do many things to feel better, but they probably would not work. I will write instead!
Uno di quei giorni...[ITALIANO]
Oggi è uno di quei giorni in cui ti senti assolutamente depressa e desideri tagliarti fuori dal mondo. La precarietà continua a mangiarti la vita come se fosse un mostro gigante e forse, a causa di questo, la tua relazione col cibo è incasinata, ti fai il culo per continuare a lavorare ai tuoi progetti anche se la maggior parte li fai gratuitamente, la tua ricerca è ferma da davvero troppo tempo, il ragazzo che ti piace si rifiuta di chiarire le cose con te, i tuoi problemi familiari sono sempre là con il rischio di peggiorare in un minuto e tu ti senti stanca, incredibilmente stanca.
Ti dici, mandali tutti al diavolo. Cancella tutti gli impegni che hai preso, cancella i problemi dalla tua vita, corri in un'isola deserta e riposa in pace (affermazione pericolosa, vero?). Poi un'amica ti manda un articolo sulla politica locale via email, lo leggi e realizzi ancora una volta che il mondo è una merda. Le istituzioni che ti rappresentano sono fatte soprattutto di incompetenti e se tu te ne vai dal mondo anche solo per una o due settimane (ne avrei davvero bisogno ora), potresti non trovarlo il mondo quando torni.
E allora che si può fare? Come posso ricaricare le batterie? Non lo so, non ho un piano, so che le mie energie sono limitate e che ho bisogno di fare un passo per volta. Però so che mi sento bene quando scrivo, mi sento me stessa quando butto giù delle cose su di una pagina. Quindi potrei fare molte cose per sentirmi meglio, ma probabilmnete non funzionerebbero. Scriverò invece!
venerdì 7 dicembre 2012
Identità che s/ballano in rete
Questo saggio avrebbe dovuto essere pubblicato in un volume collettaneo ma, per qualche ragione penso di carattere organizzativo, ne è rimasto fuori. Lo pubblico quindi qui in quanto è un lavoro importante per la mia ricerca di studiosa precaria che si occupa di danza.
Identità che s/ballano in
rete:
pratiche di interazione e
collaborazione con il sito www.ballet-dance.com
Rosella Simonari
Introduzione
La genesi di
questo saggio è stata piuttosto difficile in quanto, per la prima volta, ho
riflettuto su di un argomento che mi trova coinvolta in prima persona da un
punto di vista accademico [1]. Inizialmente
l’idea era di integrare la mia esperienza con quella di altri collaboratori del
sito www.ballet-dance.com, ma non è stato possibile raccogliere dati a
sufficienza; inoltre è emersa una certa diffidenza da parte di alcuni ed ho
smesso di fare domande. Come sottolinea Tim Jordan, in internet «la morale è
che le identità online non devono coincidere con quelle offline» [2]. Questo
studio si è quindi evoluto rispetto al progetto di partenza ed è ora incentrato
sulla mia interazione e collaborazione con il sito www.ballet-dance.com. La mia
formazione è di carattere accademico, scrivo di danza e letteratura dal 2000 e,
dal gennaio 2006, sono dottoranda part-time presso la University of Essex. L’esperienza
con www.ballet-dance.com ha contribuito allo sviluppo delle mie capacità critiche,
oltre ad aver fornito una piattaforma preziosa di informazione sulla danza.
Interagisco con
il sito www.ballet-dance.com da sei anni e da cinque collaboro in qualità di
critico con recensioni, interviste e articoli di approfondimento. Il sito è
nato inizialmente come forum nell’ottobre del 1999 con il nome di
www.criticaldance.com. Nel 2003 è stata avviata una rivista con cadenza mensile
con il nome di www.ballet-dance.com che raccoglie gli articoli più interessanti
del forum. Ballet-dance è poi divenuto il nome del sito. La rivista è nutrita
dal forum e, attraverso il forum, si avviano delle discussioni che sono anche
collegate alla rivista. Quindi i due nodi principali del sito interagiscono fra
loro in modo molto attivo. Il paradigma del lettore che diviene autore, in
questo caso, è molto pertinente e sfrutta al massimo l’interconnettività e
ipertestualità di internet [3], aspetto
che tuttora non viene utilizzato da altri siti di danza come www.ballet.co.uk o
il più recente sito italiano www.balletto.net che pure ha un forum. La
redazione di www.ballet-dance.com è costituita dai collaboratori che generalmente
provengono dal forum, non esiste in un luogo fisico ma solo nello spazio
virtuale dello scambio email. Non c’è
una gerarchia come nella redazione di una rivista cartacea, in parte per via
del fatto che si basa principalmente sulla collaborazione di volontari, in
parte perché la politica del sito è di carattere inclusivo e aperto. Allo
stesso tempo, sempre ricordando Jordan, possiamo affermare che le gerarchie in
internet non scompaiono ma vengono riconfigurate secondo i parametri dati dalle
identità online, che sono fluide e
molteplici, e da altri fattori come il differente tipo di comunicazione che
viene elargito rispetto, nel caso specifico, ad una rivista di tipo cartaceo [4]. In effetti, nel forum, si può notare uno
sbilanciamento di interesse e competenza verso il balletto a cui è dedicata più
di una sezione, mentre altri tipi di danza come il flamenco sono catalogati
sotto «World Dances, Musical and Social Dances», ossia “danze dal mondo,
musical e danze non accademiche”. Il sito si propone come una sorta di enciclopedia
imperfetta, che trasmette, crea e ricrea continuamente quello che Pierre Lévy
chiama «l’universale senza totalità» [5], ossia
un agglomerato di informazioni che più aumentano meno rivestono un ruolo
totalizzante. E la mia collaborazione con la rivista ne è un esempio. In questo
intervento tratterò della mia interazione e collaborazione con il sito www.ballet-dance.com.
Inizierò con una panoramica sulla sua struttura, per poi soffermarmi sulla mia
prospettiva di carattere glocale e concludere con una riflessione sulla mia
scrittura nel sito.
Il sito
www.ballet-dance.com
è un sito internet in lingua inglese dedicato alla danza. È forse uno dei più
complessi sull’argomento. È nato ad opera di Stuart Sweeney e Azlan Ezzadin,
due figure distanti per ubicazione ma vicine nella loro comune passione per la
danza. Sweeney infatti vive fra Londra e l’Estonia, mentre Ezzadin abita a San
Francisco. È interessante notare che nessuno dei due nasce come danzatore,
coreografo, critico di danza o comunque come figura professionale legata al
mondo della danza. Sweeney ha un passato in banca ed è interessato ai diritti
umani, aspetto che è riuscito nel tempo a coniugare con la sua passione per la
danza. Ezzadin è un ingegnere appassionato di danza. Già dalla mission statement, ossia dal messaggio
che definisce la “missione” del sito si evince l’insistere sulla passione per
la danza e non su altri aspetti di carattere più professionale: «Criticaldance
è un insieme di individui da tutto il mondo appassionati di danza intesa come
arte performativa» [6]. La formazione dei due
fondatori è parte fondamentale della visione «inclusiva» del sito, che è aperto
a chiunque voglia dire la propria con commenti o anche veri e propri articoli.
È grazie a questa visione che la mia presenza è cresciuta e maturata. Il sito si
propone infatti «di educare, informare e di promuovere una comunità incentrata
sull’arte della danza secondo una prospettiva globale e inclusiva che incoraggi
discussioni aperte e molteplici punti di vista» [7].
Questa apertura
è limitata a coloro che leggono e scrivono l’inglese anche se, poco dopo la
nascita del sito, è stato aperto un forum in francese che è sempre molto
attivo. A me avevano chiesto, all’inizio, se vi erano gli estremi per
l’apertura di un forum in italiano. In più di un’occasione ho cercato di
coinvolgere amiche e conoscenti nel sito, ho chiesto loro di inserire commenti
dopo aver visto uno spettacolo insieme, ma non sono mai riuscita a creare una
piccola rete per poi eventualmente costituire lo scheletro di un forum in
italiano. Inoltre gestire un forum in italiano avrebbe richiesto troppo tempo,
non me lo sarei potuto permettere, non gratuitamente. In sostanza la politica
del sito è molto aperta, anche se tuttora la matrice anglo-americana è la più
influente e preponderante. Ritorniamo alla questione gerarchica di cui sopra.
Un altro aspetto
è la sua complessità rizomatica, non tipica di altri siti di danza che, in
molti casi, fanno capo ad una rivista cartacea la quale ha anche una versione
ridotta online o comunque una pagina
internet di riferimento. Esempio sono www.dancemagazine.com che rappresenta una
delle riviste storiche più importanti in Nord America, e www.danceeurope.net, il
sito di una delle riviste europee di danza più conosciute. www.ballet-dance.com
è nato come sito internet e solo in seguito è divenuto anche rivista (non
cartacea) che nasce comunque come costola del forum.
Il forum infatti è molto articolato e si
occupa di svariati aspetti del mondo della danza, da quello manageriale a
quello più pratico che tratta della recensione di uno spettacolo specifico. Con
Pierre Lévy potremmo dire che al suo interno si articola una vera e propria
«intelligenza collettiva» [8], ossia
una sinergia di saperi devota alla danza nei suoi molteplici aspetti. I
collaboratori e visitatori del forum spaziano da appassionati a danzatori e
coreografi professionisti, da studiosi a critici di danza. Le informazioni che
vengono scambiate nel forum non sono solo di carattere personale ma includono
anche innumerevoli link ad articoli e
recensioni di quotidiani e riviste specializzate. Nella rivista, alla fine di
ogni articolo, c’è quasi sempre un link
che collega il tema trattato nell’articolo ad un post nel forum, creando così un circolo di scambio e informazioni
continuo. Questo permette di avere una visione più ampia dell’argomento. Le discussioni
possono nascere dalla riflessione di un collaboratore, da un articolo, da un
fatto, dal tour di una compagnia, da una pubblicità. Nel gennaio del 2003,
negli autobus e nella metropolitana statunitensi, è stata esposta la pubblicità
della ESPN (the Entertainment and Sports Programming Network),
con uno degli slogan che recitava: «senza sport, sarebbero solo delle
danzatrici» insieme ad una foto delle Cheer
Leaders della squadra del Dallas. Quasi immediatamente la comunità intera
del mondo della danza si è ribellata e anche su www.ballet-dance.com si è
accesa una discussione molto attiva che si è protratta per diversi mesi e che
ha occupato circa otto pagine web [9].
La prospettiva glocale
Che cosa ha
rappresentato www.ballet-dance.com per me? Ho scritto la mia prima recensione
nel 2001 quando vivevo a Londra e avevo da poco conosciuto personalmente
Stuart. Il mio accesso a internet era allora piuttosto limitato. Poi,
nell’estate del 2002, sono tornata in Italia dove avevo la connessione internet
a casa. Da gennaio 2003 ho quindi iniziato a inserire messaggi e a interagire
regolarmente. www.ballet-dance.com, in quel periodo, rappresentava un modo per
tenermi in contatto con il mondo globale della danza, mondo al quale non avevo
più accesso vivendo in una città di provincia. Ha rappresentato una pratica a
volte quotidiana, comunque costante che ha anche influito sulla mia vita offline nutrendola di informazioni e
scambi importanti per le mie ricerche e non solo.
Questa
interazione ha quindi contribuito a rinsaldare lo squilibrio identitario (non
personale, ma di tipo accademico) che caratterizza il mio lavoro. È una
tensione che definisco ‘glocale’, è di tipo quasi schizofrenico e fa parte del
mio metodo di studio che oscilla costantemente fra almeno due lingue e culture
come quella di matrice anglo-americana e italiana, fra almeno due linguaggi
come quello della danza e della letteratura, fra almeno due location
geografiche come l’Inghilterra e l’Italia. Grazie anche alla mia interazione
con www.ballet-dance.com, il modello dicotomico centro-periferia che poteva
strutturare la mia prospettiva, si è dissolto o si è riconfiguato in modo diverso.
Si ricollega, in qualche modo, a quella che Arjun Appadurai chiama «la nuova
condizione di vicinanza» [10] data
dalle rivoluzioni tecnologiche come quella nata da internet e, aggiungerei, dalle
compagnie di volo low cost che
permettono di viaggiare con maggiore frequenza dato il prezzo accessibile e la
possibilità di prenotare il volo dal proprio computer di casa.
La prospettiva
glocale è quindi il frutto della mia formazione, della location geografica e
mentale che mi appartiene e del tipo di collaborazione che ho con il sito
stesso, che è su base volontaria. Questo comporta, da un lato, una libertà
totale o quasi su cosa inserire, cosa commentare e cosa recensire (nel caso di
recensioni spesso riesco ad avere l’accredito stampa), dall’altro però ne
consegue che, quando non ho tempo, non recensisco nulla o non immetto nessun
commento. Torniamo al discorso di Lévy sull’ «universale senza totalità». Il
fatto poi che posso avere solo l’accredito stampa e non il rimborso spese, non
mi permette quasi mai di andare fuori dalle Marche, dove vivo, per vedere degli
spettacoli magari in centri di danza importanti come Ferrara, Reggio Emilia,
Torino, Roma ecc.
Un esempio
particolarmente interessante è costituito dalle recensioni e interviste che ho
fatto dall’estate del 2003 a
quella del 2005 in
occasione del Festival estivo e della Rassegna invernale di danza a Civitanova
Marche in provincia di Macerata. Non ho lo spazio per soffermarmi su questa
esperienza, ma il mio lavoro su Civitanova Danza ha sicuramente portato un’attenzione
particolare verso questo evento nel sito e nella rivista, mentre nessuno ha
scritto o pubblicato regolarmente articoli su spettacoli avvenuti a Roma o in
altri centri d’Italia. Per esempio, nel numero della rivista di agosto 2004,
appare la mia recensione alla performance della compagnia di Tero Saarinen [11]. Scorrendo
la pagina della rivista, si può notare che gli altri articoli riguardano centri
importanti come Londra, Amsterdam e New York, poi appare il mio pezzo da
Civitanova e si crea una sorta di sbilanciamento ‘localistico’.
Allo stesso
tempo ho scritto articoli su spettacoli visti a Londra o a New York. Ho sempre
comunque cercato di mantenere la mia prospettiva glocale e di far emergere
aspetti che la comunità, principalmente anglo-americana, di www.ballet-dance.com
non conosce. Per esempio, in un articolo sulla performance di addio di Alessandra
Ferri a New York, ho sottolineato alcuni aspetti biografici e inserito dei
commenti riferiti al personaggio che interpretava:
Il poster che ritrae Alessandra Ferri
in “Manon” è una bella foto di suo marito, Fabrizio Ferri, che curiosamente ha
il suo stesso cognome. Si incontrarono a Pantelleria circa dieci anni fa e si
innamorarono. (…) Manon è un personaggio complesso che è spesso messo a
confronto con Carmen per aver maliziosamente scelto la lussuria e non l’amore e
forse perché, dopo tutto, è un’emarginata [12].
Questi commenti sono
in parte influenzati da uno studio che ho fatto sulla figura di Carmen nella
danza, in quanto, come vedremo, tendo a mescolare la scrittura giornalistica
con quella accademica. La tensione glocale quindi segue anche un andamento
trasversale che mette in relazione diversi saperi, quello giornalistico e
quello accademico.
Scrivere online
La collaborazione
con www.ballet-dance.com mi ha aiutato a canalizzare e maturare la mia figura
di critico di danza, dandomi la possibilità di partecipare liberamente a
dibattiti e pubblicare i miei articoli e interviste. Inoltre la mia formazione
di studiosa e di dottoranda ha contribuito e contribuisce tuttora a complicare
la mia interazione con il sito. Nel corso degli anni, la mia scrittura su www.ballet-dance.com
è cambiata passando da una serie di commenti a volte di carattere ellittico o
sperimentale ad articoli più strutturati e allineati con uno standard giornalistico.
Questa trasformazione è avvenuta in concomitanza con i cambiamenti nella mia
vita professionale e quindi offline.
I miei articoli sono divenuti più complessi a seguito della collaborazione che
ho intrapreso come docente a contratto presso l’Università di Macerata [13].
Il fatto poi che
scrivo in inglese fa sempre parte della prospettiva glocale che mi vede come
una sorta di scrittrice ‘cyborg nomade’ della danza riprendendo sia Donna Haraway
che Rosi Braidotti [14]. L’inglese fa parte integrante della mia
identità non solo come lingua ma come modo di essere ed è grazie all’inglese
inteso in questo modo che interagisco con un sito come www.ballet-dance.com e che
vivo appieno questa realtà virtuale. Allo stesso tempo, l’inglese è trasformato
dalla mia identità ibrida e l’italiano contribuisce in modo fondamentale a
rimodellarlo, così come la mia formazione letteraria con un taglio di genere
comporta la visione di certi aspetti che altrimenti passerebbero inosservati. Citando
Rosi Braidotti «il mio lavoro come pensatrice non ha una madrelingua, solo una
successione di traduzioni, di sbilanciamenti, di adattamenti a condizioni che
cambiano» [15].
Venendo alla mia
scrittura nel sito, l’inizio, come ho accennato, si è caratterizzato per una
sorta di sperimentazione data dalla passione con cui ho intrapreso questa
interazione e il bisogno di esprimere il mio punto di vista. Fra i miei primi
messaggi ve ne è una serie dedicata alla figura di Martha Graham che è
l’oggetto della mia ricerca dal 1998. Il post era dedicato alla tournée
newyorkese della rinata compagnia ed io avevo visto alcuni degli spettacoli. La
maggior parte dei commenti è dedicata al dibattito sulla qualità della
performance e sull’inserimento di link
ad articoli di quotidiani e riviste, mentre il mio contributo è fatto di
istantanee che si incentrano su aspetti particolari della performance o di Graham
in genere:
Bianconero
Il bianco incontra il nero in strisce di dolore nel costume
di Deep Song. Sono fianco a fianco nella lunga gonna e si incontrano in cima.
C’è un’altra striscia, una bianca, è la panchina, un magnete verso il quale la danzatrice continua a ritornare. Sembra la staccionata di Frontier, è come un’ancora di salvezza e disperazione [16].
C’è un’altra striscia, una bianca, è la panchina, un magnete verso il quale la danzatrice continua a ritornare. Sembra la staccionata di Frontier, è come un’ancora di salvezza e disperazione [16].
Questo stile
poco si sposa con quello degli altri commenti, più di carattere tecnico-pratico
e rappresenta una rottura con il registro generale della discussione, ma fu
apprezzato proprio perché, a differenza degli altri, io ero stata presente agli
spettacoli e potevo fornire una testimonianza diretta [17].
Questo tipo di
scrittura ha creato, a volte, dei fraintendimenti o non è stata capita. Per
esempio nel caso di una recensione alla performance di Vim Vandekeybus a
Londra, ho pensato ad una struttura ispirata alla filosofia deleuziana,
suddividendo il pezzo in ‘superfici’ parallele invece di paragrafi costruiti
secondo una logica consequenziale:
Superficie 0: nessun tentativo logico
di spiegare la danza di questo pezzo, non è possibile, troppi corpi selvaggi
che vagano sul palco caratterizzato dal suo dinamismo sotto forma di un gruppo
musicale che suona dal vivo e di uno schermo ‘ferito’, tagliato verticalmente
così da evocare i dipinti di Fontana … una donna in bianco sembra cantare,
parlare, ma oh qualcuno tenta di pulire lo spazio di fronte al suo
microfono…no, in questo caso solo ad alcune superfici di questa performance
sarà permesso di emergere a caso dal mio in/conscio sub/conscio…disposte in
modo caotico secondo un alchemica relazione di parole [18].
In questo caso
il mio pezzo non è stato pubblicato.
In seguito la
mia scrittura si è fortemente adattata alla struttura della recensione
giornalistica. Per esempio l’articolo che ho scritto su di una mostra su Aurelio
Milloss inizia così: «Aurelio Milloss (1906-1988) è stata una figura chiave
nella storia della danza italiana. Nato in Ungheria, studiò con Rudolf Laban ed
Enrico Cecchetti, e creò il suo stile combinando la danza classica con la danza
espressionista, conosciuta anche come Ausdruckstanz» [19]. Come
si può notare lo stile è molto più tradizionale, fatto appunto per presentare,
riportare un evento e non evocarne certi aspetti. Tuttavia non credo che la mia
scrittura si sia piegata ad uno stile a me poco consono, forse parte della sperimentazione
è confluito in una visione più complessa dello spettacolo o mostra o evento da
recensire.
Concluderei
dicendo che da un po’ di tempo la passione iniziale per il sito si è
affievolita per diversi motivi. Il più importante è dato dalla collaborazione di
carattere volontario che provoca frustrazione e non permette sempre di fare un
lavoro di qualità. In questo gli amministratori sono piuttosto rigidi e, in
effetti, è questa la chiave di lettura che fa della comunità di www.ballet-dance.com
un esempio interessante di permeabilità, apertura e inclusività. Citando una
delle collaboratrici storiche del sito, Toba Singer, internet «ha aperto
l’accesso a giornalisti non tradizionali [come lei che] hanno sfidato la
critica tradizionale» [20]. Internet
ha dato maggiore dinamicità e visibilità alla critica della danza e www.ballet-dance.com
costituisce uno degli esempi più interessanti.
[1] Ringrazio Renata Morresi
per i consigli che mi ha dato durante la preparazione di questo saggio, che è il frutto di un intervento fatto al seguente convegno: Scritture di donne fra letteratura e giornalismo, Società Italiana delle Letterate e Dipartimento di Linguistica,
Letteratura e Filologia Moderna, Università di Bari, Bari, 29 novembre-1
dicembre 2007.
[2] T. JORDAN,
“The Virtual Individual”, in Cyberpower. The Culture and Politics of
Cyberspace and the Internet, Routledge, London, 1999, p. 64. Ove non sia
specificato, le traduzioni dall’inglese sono a mia cura.
[3] Per quanto concerne la
riconfigurazione di autore nel mondo ipertestuale si veda per esempio G. P.
LANDOW, Hypertext – The Convergence of
Contemporary Critical Theory and Technology, The Johns Hopkins University
Press, Baltimore, 1992. Traduzione italiana a cura di Bruno Bassi,
Ipertesto – il futuro della scrittura, Baskerville, Bologna, 1993,
si veda soprattutto il capitolo 3.
[4] JORDAN, p. 80.
[5] P. LÉVY, Cyberculture.Rapport au Conseil de l’Europe,
Éditions Odile Jacob, Parigi, 1997. Trad. italiana Donata Ferodi/ShaKe,
Cybercultura. Gli usi sociali delle nuove tecnologie, Feltrinelli,
Milano, 2000, p. 108.
[6] Mission statement, «ballet-dance.com»,
(25 novembre 2007).
[7] Mission statement, cit..
[8] P. LÉVY, L’intelligence
collective – pour une anthropologie du cyberspace, Éditions La Découverte, Paris,
1994. Trad. italiana di Maria Colò, Donata Feroldi, L’intelligenza collettiva – per un’antropologia del cyberspazio,
Feltrinelli, Milano, 1996.
[9] MEHUNT [Mary Hellen Hunt], Without sports...they'd
just be dancers..., post inviato il 19 gennaio 2003, «ballet-dance.com
forum», <http://www.ballet-dance.com/forum/viewtopic.php?t=1591&postdays=0&postorder=asc&start=0> (24 novembre 2007).
[10] A. APPADURAI, Disjuncure
and Difference in the Global Economy, in Patrick Williams e Laura Chrisman,
a cura di, Colonial Discourse and
Post-Colonial Theory: A Reader, Western UP, New York, 1994, p. 325.
[11] «www.ballet-dance.com»,
agosto 2004 (24 novembre
2007).
[12] R. SIMONARI, American
Ballet Theatre - 'Manon' Waving Good-Bye to 'Manon' - Alessandra Ferri's
Final Season with ABT,
«www.ballet-dance.com», agosto 2007, <http://www.ballet-dance.com/200707/articles/ABT20070611.html> (24 novembre 2007).
[13] La collaborazione è
durata per quattro anni, dall’anno accademico 2003-2004 al 2006-2007.
[14] Si veda D. HARAWAY, “A Cyborg Manifesto:
Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century”, in Simians, Cyborgs, and Women – The
Reinvention of Nature, Free Association Books, London, 1991, pp. 149-181 e R. BRAIDOTTI, Nomadic Subjects, Columbia University Press, New York, 1994.
[15] R. BRAIDOTTI, cit., p. 1. Da agosto 2008 ho inoltre creato un blog dove scrivo
in italiano e in inglese: www.dancescriber.blogspot.com.
[16] R. SIMONARI, commento al
post Martha Graham Dance Company 2002-03, «ciritcaldance forum», p. 3,
(23 novembre 2007).
[17] Occorre tenere a mente
che l’arte della danza è transitoria e per questo riveste particolare
importanza essere presenti alle performance.
[18] R. SIMONARI, commento
al post su Vandekeybus, 25 febbraio 2004, «ciritcaldance forum», p. 1,
(24 novembre 2007). Per quanto riguarda
Gilles Deleuze faccio riferimento al testo, scritto insieme a Felix Guattari, Mille Plateaux, Le Editions de Minuti,
Parigi, 1980, soprattutto il primo capitolo sul rizoma.
[19] R. SIMONARI, Homage to Aurel Milloss, «ballet-dance.com», Ottobre 2006,
(25 novembre 2007).
[20] T. SINGER citata in Lars Russell, “A Renaissance
Woman”, «The City Star», 13 settembre, 2007.
MATERIALE
CONSULTATO
Documenti
cartacei
APPADURAI,
A., “Disjuncure and Difference in the Global Economy”, in Patrick Williams e
Laura Chrisman, curato da, Colonial
Discourse and Post-Colonial Theory: A Reader, Western UP, New York, 1994, pp.
324-339.
BRAIDOTTI,
R., Nomadic Subjects, Columbia
University Press, New York, 1994.
DELEUZE, G. e Guattari, F., Mille Plateaux, Le Editions de Minuti, Parigi, 1980.
HARAWAY,
D., “A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the
Late Twentieth Century”, in Simians,
Cyborgs, and Women – The Reinvention of Nature, Free Association Books, London, 1991, pp. 149-181.
JORDAN, T.,
“The Virtual Individual”, in Cyberpower.
The Culture and Politics of Cyberspace and the Internet, Routledge, London, 1999, pp. 59-99.
LANDOW, G.
P., Hypertext – The Convergence of
Contemporary Critical Theory and Technology, The Johns
Hopkins University
Press, Baltimore,
1992. Traduzione italiana a cura di Bruno Bassi, Ipertesto – il futuro della
scrittura, Baskerville, Bologna, 1993.
LÉVY, P., L’intelligence collective – pour une
anthropologie du cyberspace, Éditions La Découverte, Paris,
1994. Trad. italiana di Maria Colò, Donata Feroldi, L’intelligenza collettiva – per
un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano, 1996.
LÉVY, P., Cyberculture.Rapport
au Conseil de l’Europe, Éditions Odile Jacob, Parigi, 1997. Trad. italiana
Donata Ferodi/ShaKe, Cybercultura. Gli usi sociali delle nuove
tecnologie, Feltrinelli, Milano, 2000.
SINGER, T., citata in Lars Russell, A Renaissance Woman, «The City Star», 13 settembre, 2007.
Documenti in rete
«www.ballet-dance.com», agosto 2004
(24 novembre 2007).
MEHUNT
[Mary Hellen Hunt], Without
sports...they'd just be dancers..., post inviato il 19 gennaio 2003,
«ballet-dance.com forum», <http://www.ballet-dance.com/forum/viewtopic.php?t=1591&postdays=0&postorder=asc&start=0> (24 novembre 2007).
Mission statement, «ballet-dance.com»,
(25 novembre 2007).
SIMONARI,
R., American Ballet Theatre - 'Manon' Waving Good-Bye to 'Manon' -
Alessandra Ferri's Final Season with ABT, «www.ballet-dance.com», agosto 2007,
<http://www.ballet-dance.com/200707/articles/ABT20070611.html> (24 novembre 2007).
SIMONARI, R., Homage
to Aurel Milloss, «ballet-dance.com», Ottobre 2006,
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SIMONARI, R., commento al post su Vandekeybus, 25 febbraio
2004, «ciritcaldance forum», p. 1,
(24 novembre 2007).
SIMONARI, R., commento al post Martha Graham Dance Company
2002-03, «ciritcaldance forum», p. 3,
(23 novembre 2007).
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