giovedì 14 febbraio 2013

one billion rising e il mio fastidioso prurito [ITA]



One Billion Rising (un miliardo di persone che si alzano) è un evento globale organizzato e promosso da V-Day, un’organizzazione no-profit nata dal monologo teatrale e libro di Eve Ensler, I monologhi della vagina (1996), organizzazione che si dedica a creare eventi per combattere la violenza contro le donne. Il 14 febbraio 2013 V-Day compirà quindici anni e One Billion Rising è stato organizzato per celebrare questo risultato. Donne (e in teoria uomini) in tutto il mondo sono invitati ad alzarsi e danzare per protestare contro la violenza sessuale nel giorno in cui un ideale romantico e stereotipato di amore viene celebrato. San Valentino deve essere abbastanza arrabbiato di questo e neanche l’incredibile giro di denaro che lo circonda farà i salti di gioia! Ma che bella idea, mi sono detta. Ecco perché mi sono unita al gruppo di donne che organizza l’evento nella mia città. Tuttavia, poco dopo un sotterraneo fastidioso prurito ha iniziato a svilupparsi dentro di me. Danzare? Che tipo di danza? E come sarà messa in scena?

Secondo un rapporto della UN Women del 2003, una donna su tre nel mondo è stata stuprata o picchiata durante la sua vita, a detta del sito di One Billion Rising. Questo equivale ad un miliardo di donne, “un miliardo di donne violate è un’atrocità. Un miliardo di donne che danzano è una rivoluzione”. Eve Ensler sottolinea che
La danza è pericolosa, gioiosa, sensuale, sacra, di disturbo, contagiosa, infrange le regole. Può avvenire ovunque, in qualsiasi momento, con chiunque ed è libera. Il danzare insiste sul fatto che noi prendiamo spazio e stiamo insieme. La danza ci unisce e ci spinge ad andare oltre ed è per questo che è al centro di ONE BILLION RISING.

In questa affermazione non vi è nessun riferimento specifico a nessun tipo di danza e l’idea che la pervade è che la danza sia la cura di ogni malattia, il che non è vero. La coreografia creata dalla star televisiva della serie TV Saranno Famosi, Debbie Allen, consiste in piccoli passi fatti sul posto, in avanti, ai lati e indietro. È abbastanza semplice e di grande effetto quando danzata da un gruppo. Non rappresenta la violenza, non ha pathos, è piuttosto una danza di gioia. Forse un altro tipo di approccio al movimento sarebbe stato più potente. Come Maria Chiara, una mia amica ha suggerito, potremmo distenderci per terra in silenzio o forse potremmo restare fermi in una posa particolare per un minuto (danzare è anche restare fermi). Questo è un punto importante in quanto la danza può essere una buona idea per un progetto come questo, ma penso che dovrebbe essere più intrinsecamente collegata alla questione, dovrebbe far riflettere le persone sulla violenza contro le donne, non divertirsi nella speranza di combatterla. Il fastidioso prurito torna a seccarmi.

Penso all’Italia e a quanto scoraggiante sia il modo in cui la danza è percepita. Negli ultimi venti anni circa, l’Italia è stata infestata da quello che comunemente viene conosciuto come ‘velinismo’, ossia degli atti di non particolare significato interpretati da show-girls inesperte, atte anche a danzare numeri malamente. Questo trend è nato alla metà degli anni Novanta con lo show televisivo Striscia la notizia di Antonio Ricci trasmesso su Canale 5, una delle reti di Silvio Berlusconi e si è diffuso nella televisione italiana con il risultato di denigrare le donne in generale e le danzatrici in particolare. Questo nonostante vi siano numerose compagnie di danza, molti gruppi di persone che davvero studiano seriamente la danza e producono lavori interessanti. Ecco perché promuovere un evento con donne che si alzano e danzano mi suona strano. E gli altri paesi che hanno aderito alla campagna? In altre parole, il danzare ha molte implicazioni e significati in differenti paesi, il team di One Billion Rising ha pensato a questo aspetto?

E poi rifletto sulla portata di questa campagna che è globale. È una chiamata gobale ad agire. Il sito è organizzato benissimo con un elenco di più di sessanta lingue (tradotte con il traduttore google però), una serie di strumenti e consigli per coloro che vogliono aderire, un blog, una sezione con le novità, molto materiale video, diverse affermazioni e una sezione dove si può condividere il piano del progetto della propria città. Se non fosse per la sua nobile causa, sembrerebbe una gigante campagna di marketing per omologare e, come ha sottolineato un’altra mia amica, spettacolarizzare la violenza contro le donne. È vero, chi aderisce è abbastanza libero di decidere che musica mettere, che tipo di danza fare e così via. Eppure sembra un evento di marca. Per fare un esempio, l’ingegnoso logo rosso, la stilizzazione di una donna con i fianchi ampi (ricorda le piccole statue delle dee madri preistoriche) con una V bianca stampata sulla vagina (naturalmente!), apparirà ovunque e ridurrà le differenze fra i paesi che partecipano. Ensler, in un recente video girato a Londra, sottolinea il fatto che la violenza contro le donne è un problema “globale, patriarcale, epidemico”, ma è positivo affrontarlo in questo modo? Penso sia una questione controversa insita nel progetto.

Come lo è il sottostante femminismo essenzialista promosso da Ensler, il cui tono troppo politically correct e idealistico pervade tutta la questione. Il testo dell’inno della campagna “Break the Chain” (spezza la catena) di Tina Clark è esemplare: “Questo è il mio corpo, il mio corpo è sacro / niente più scuse, niente più abusi / siamo madri, siamo insegnanti /siamo splendide, splendide creature”. Definire le donne come madri e insegnanti ripristina quello che le femministe e molte altre donne e uomini hanno tentato di decostruire durante gli ultimi quaranta anni, ossia l’associazione essenzialista tra donne, riproduzione e la cura, una cosa alquanto deprimente. Anche leggendo La preghiera di un uomo di Ensler (una buona idea a modo suo) ci si confronta con l’illusione che tutto andrà bene (la preghiera termina di nuovo con un riferimento alla maternità!), che la violenza contro le donne sta per finire. Questo tono è stato probabilmente usato per mettere d’accordo più persone possibili. Il che va pure bene, come ho già detto, prenderò parte all’evento, ma il mio fastidioso prurito resta, in quanto, nel profondo, sento che eventi come questo, un gigantesco evento di un giorno che è così eccitante e che include così tante persone, non cambierà veramente le cose. Dopo aver danzato insieme, quante donne torneranno a casa e decideranno di ribellarsi se il loro marito le picchia? E quanti mariti violenti rifletteranno sul loro desiderio di picchiare le loro mogli? 

Secondo la giornalista del Guardian, Vanessa Thorpe, Ensler ha fatto un paragone interessante fra la sua campagna e “l’attivismo nel mondo arabo”, ma ci sono differenze sostanziali. La campagna di One Billion Rising è stata organizzata dal V-Day che è una ben radicata istituzione no-profit statunitense, mentre la primavera araba è stata un sollevarsi della gente comune contro un sistema che la governava. La prima tiene una prospettiva verticale, dura per alcune ore e probabilmente disturberà più che altro il giorno di San Valentino, la seconda si è mossa orizzontalmente, è durata giorni, settimane, mesi (in Siria stanno ancora morendo!) e ha tentato e in parte è riuscita a sovvertire il sistema che governava queste persone.

In qualche modo questa campagna è un altro esempio meraviglioso della nostra società schizofrenica dove il significato delle cose è stato sostituito dal suo corrispondente nel mercato, che ahimé è vuoto…la violenza contro le donne è un problema complesso intrinsecamente collegato alla cultura, l’economia, la scienza e la tecnologia. Dovremmo guardarlo da un punto di vista più ampio e affrontare queste sfere. Come sono rappresentate le donne nei media e nella cultura in generale? Come si collega questo elemento al senso di possesso che gli uomini di solito sviluppano nei loro confronti? Le donne dovrebbero essere economicamente indipendenti dagli uomini, ma l’economia odierna, almeno in Italia, non è a misura di donna per nulla. Le donne, poi, sono le vittime del controllo biopolitico sofisticato sui loro corpi (per citare Michel Foucault e Rosi Braidotti) come accade per lo stupro come arma di guerra. 

Oggi mi unirò alla causa di Ensler (assieme al mio sempre presente fastidioso prurito comunque) e prenderò parte all’evento nella mia città. Ensler stessa ha affermato che questo è l’inizio di un cambiamento reale e che per tutto l’anno dovremmo pensare a cosa possiamo fare per combattere la violenza contro le donne. Forse potremmo iniziare danzando in modo differente, portando un po’ di pathos in passi che possano esprimere la complessità della questione e non dovremmo farlo ovunque, ma in posti specifici di potere che contribuiscono a perpetrate questa dolorosa atrocità, come le banche o le sedi dei quotidiani. Infine non dovremmo farlo solo per un giorno, ma ogni giorno come è accaduto per le proteste nel mondo arabo o, in ogni caso, regolarmente, tipo ogni settimana come è accaduto con la protesta veramente rivoluzionaria delle Madri di Piazza di Maggo in Argentina che hanno trasformato la maternità in un appello sociale per la giustizia. Ecco, il mio fastidioso prurito si sta calmando ed ora sono pronta per danzare!

6 commenti:

Paolo1984 ha detto...

ma non è forse vero che le donne possono essere ANCHE madri e insegnanti in più di un modo? Sono questo e tante altre cose, ovviamente. DEve per forza essere inteso in senso deprimente?
Quanto all'aspetto "gioioso" del ballo credo sia stata una scelta voluta per comunicare vitalità, energia, voglia di agire

roz ha detto...

Certo Paolo, appunto anche, ma non solo, l'autrice del testo avrebbe potuto inserire altri ruoli, limitarsi a questi due per me è stato alquanto riduttivo e appunto deprimente.

Anche l'aspetto gioioso della danza va benissimo, ma io non l'avrei scelto per questa tematica...

rivoluzionecivilejesi ha detto...

Cara Scriber, sono stato totalmente d'accordo con te nella tua lunga riflessione critica sull'evento, per questo pensavo che avessi deciso di non partecipare.

Io ho assistito in disparte, prendendo atto della defilippizzazione della mobilitazione sociale. Perché giocare sempre sull'orlo dell'embiguità? perché far coincidere una festa, una ricorrenza commerciale come S. Valentino con una commemorazione delle donne vittime di violenza? Ritengo tutto ciò indegno e pericoloso, perché mescola memoria, indignazione, rabbia, a festa, al volemose bene, allo spettacolo. è esattamente come quando Berlusconi propose di trasformare il 25 aprile da Festa della Liberazione a Festa della Libertà. Per fortuna non glielo abbiamo permesso. Altrimenti il prossimo 25 aprile avremmo avuto i balletti in piazza invece della celebrazione di chi diede la vita per costruire un Italia libera.
Ci sarebbe tanto altro da aggiungere ma mi fermo qui.
Grazie per aver citato Foucault. Ce n'è sempre bisogno!
A presto,
Emanuele (sì, quello)

roz ha detto...

Ciao Emanuele,

hai ragione forse non avrei dovuto partecipare, ma non sempre restare fuori da certi eventi è positivo, a volte è importante esserci ma con spirito critico. Ho dialogato molto con le donne che hanno organizzato la cosa in città ed è stato un bellissimo scambio, che spero poi continui anche in futuro.
L'ambigutà e le contraddizioni fanno forse parte di quest'era postmoderna (o anche post post moderna) in cui ci ritroviamo a vivere, la scelta del giorno secondo me è stata azzeccata per contestare e se vogliamo destrutturare una festa desueta e stravolta dal marketing, però per il resto bisogna fare attenzione a tener salda la tematica di fondo e il danzare gioiosi secondo me ha sviato l'intento 'rivoluzionario' del progetto...grazie per le tue parole!

stefania zepponi ha detto...

Ho letto con molto piacere questa lunga riflessione su One BIllion Rising; ho riconosciuto lo stesso prurito che ho avuto io quando, in seguito alla richiesta di aiuto fattami dal gruppo di donne della mia città per studiare la coreografia, ho visto il video di Debbi Allen. Il prurito è aumentato quando ho visto altri tutorial in giro per la rete, in cui la danza era ancor più svilita da “prestazioni” in cui risultava più importante mostrarsi che non rimandare un senso. Al primo incontro c’erano più di 50 donne ad attendermi con una carica e una energia che mi hanno travolto, una volontà forte di esserci. Questo per me è stato un valore forte. Ridare senso alla coreografia, ai segni scelti per testimoniare è stata la strada che ci ha permesso di rimanere dentro un seminato ma soprattutto, cosa che mi ha riempito di gioia, è stata la possibilità di mostrare come la danza non sia “cosa” di veline. Quindi ho riflettuto che la “gioiosità” della danza ha aperto l’approccio a tante persone che altrimenti non si sarebbero avvicinate, il lavoro successivo ha caricato di significato l’incontro, e entrambe le cose hanno permesso il consolidarsi di un legame che sta andando avanti, anzi sta dilagando; siamo state contattate da scuole che vogliono ripetere l’evento all’interno degli istituti per la “giornata della donna”, dalla rete degli studenti, tutte forze giovani. La carica che ha dato il danzare insieme senza dover dimostrare una bravura ma solo per ritrovare una possibilità di espressione creativa, si sta trasformando in una nuova linfa per la testimonianza. E qui arrivo all’ultima riflessione: abbiamo sempre in mano la possibilità di mandare le cose dove vorremmo che andassero, il levarsi, il criticare dai margini non credo che sia una strategia più praticabile, se anche lo sia mai stata, esserci con spirito critico, come appunto hai scritto tu.

stefania

roz ha detto...

Ciao Stefania, grazie mille per la tua riflessione e perdona il ritardo nel risponderti. Sono contenta che ci sia la voglia ri rifare questa esperienza e che il danzare abbia avuto un impatto così forte. Hai ragione sulla "possibilità di mandare le cose dove vorremmo che andassero", la mia collaborazione nello specifico non ha purtroppo avuto sempre i risultati che volevo, ma sono comunque contenta di esserci stata.