martedì 8 dicembre 2015

Le donne hanno perso?

Sul numero 41 de L’Espresso di metà ottobre del 2015 è apparsa un’inchiesta di Sabina Minardi dal titolo, Le donne hanno perso. Ha suscitato varie reazioni, come quella di Eretica sul Fatto Quotidiano, di Massimo Lizzi sul sito della Libreria delle Donne di Milano o di Barbara Bonomi Romagnoli ne La Bottega del Barbieri. In me ha suscitato una sensazione di disagio a monte, in quanto ritengo la questione sia mal posta.

La copertina dedicata all'inchiesta presenta l’immagine delle Femen, gruppo di attiviste femministe ucraine celebri per i torsi nudi esibiti durante le loro proteste. La foto ne ritrae sette su di uno sfondo roccioso in piedi su quello che sembra il tetto di un fabbricato. Ognuna di loro indossa un paio di pantaloni e scarpe sportive e sulla testa delle coroncine di fiori, una citazione d'altri tempi che ammorbidisce forse l'immagine da dure guerriere. Quasi tutte hanno i pugni serrati, ma sono i torsi nudi costellati di scritte ad attrarre l’attenzione e ad innescare uno sguardo ambiguo a metà strada fra il senso di liberazione (sessuale e non solo) e la stereotipata solita reificazione. I corpi delle Femen non sono tutti uguali, anche se nella foto di copertina sono state ovviamente inserite tutte donne magre. E le espressioni scritte sui loro torsi sanno di un attivismo un po’ retorico e ridondante, con frasi ad effetto in inglese come “I am free” o “My name is democracy”. 

L’inchiesta, meritevole di aver sottolineato alcuni punti dolenti della questione diritti e condizione delle donne, manca però di profondità e scade in vari aspetti fondamentali, a cominciare dal titolo e dalla scelta di abbinarlo alla sopramenzionata immagine. Perché utilizzare il passato prossimo? È come dire che la lotta è terminata e il risultato non si può cambiare. E inoltre, perché utilizzare il termine generico ‘donne’? Non è che a questa presupposta gara sottintesa dal titolo abbiano partecipato tutte le donne, tutt’altro. Spesso e volentieri molte rinnegano il movimento femminista peccando di scarsa memoria storica, come se certi diritti fossero stati conquistati con la bacchetta magica (c'è da dire che il pezzo online al link indicato all'inizio opta per una versione diversa che include il termine femminismo). Questo viene ribadito più volte nel corso dell’articolo citando figure di spicco come la sociologa Chiara Saraceno e la scrittrice Dacia Maraini. Ma crea un cortocircuito con il titolo e l’immagine che presenta le ‘donne’ come guerriere e amazzoni belligeranti. È un’immagine di forte impatto ma non rappresentativa dei movimenti femministi, LGBTI e queer (sigla e parola per niente utilizzate nel pezzo e mi chiedo ha più senso oggi parlare di ‘donne’ nei termini 'monolitici' che utilizza Minardi?), nel senso che ne rappresenta solo una piccola parte, la più spettacolarizzata e per certi versi controversa (e qui mi riferisco anche all’aggressività delle proteste delle Femen, all’ambiguità della loro origine e fondi per le loro campagne, il che non le rende forse pienamente credibili. Si pensi per esempio alle rivelazioni del documentario di Kitty Green, Ukraine is not a Brothel [L'Ucraina non è in vendita] del 2013).

Questo gusto per la spettacolarizzazione ritorna nell'articolo dove vi sono altre due immagini delle attiviste ucraine. Con tali presupposti l’inchiesta pone la questione in modo piuttosto superficiale. Oscilla infatti fra riferimenti alla questione italiana e straniera, senza tenere conto delle enormi differenze che vi sono per esempio fra l’Italia e gli Stati Uniti. L’articolo apre con il riferimento a Suffragette, film da poco uscito nelle sale inglesi e dedicato alla lotta per il voto delle donne inglesi. Film molto importante, ma anch’esso farcito di controversie (per niente accennate da Minardi), come la mancanza di pluralità razziale nel ritratto che viene fatto o la discutibile campagna per pubblicizzarlo che ha visto le protagoniste indossare t-shirt con la frase, “preferirei essere una ribelle che una schiava”, suscitando una grossa polemica riguardo alla mancanza di rispetto nei confronti della schiavitù e della sua memoria storica.

Minardi fa bene a sottolineare lo stigma che ad oggi riveste il termine ‘femminismo’ e sono d’accordo che una delle ragioni del sessismo e violenza contro le donne in Italia sia in parte causata dalla mancata trasmissione delle lotte e della storia nonché ricca serie di teorie sviluppate nel corso degli ultimi decenni da parte delle generazioni passate a quelle odierne. Ma Minardi si ferma qui e anzi ribadisce, citando Saraceno, che il femminismo della differenza (appena citato senza un minimo di contestualizzazione) ha creato una teologia poco accessibile che ha portato a fraintendimenti e distacco. Su questo punto ci sarebbe da ragionare molto di più rispetto alle esigue righe spese da Minardi.

Basti qui ribadire il fatto che per il femminismo uno dei passaggi fondamentali è stato quello di non fermarsi alla questione politico-sociale delle conquiste dei diritti, ma approfondire e sviluppare teorie che mettessero in discussione la concezione stessa della società e del suo modo di pensare. Esponenti italiane del pensiero della differenza sono state Luisa Muraro e Adriana Cavarero e le studiose che in Francia hanno dato il via a questo filone teorico sono state Luce Irigaray, Julia Kristeva e Hélène Cixous. Il loro lavoro ha in parte ispirato gli studi di genere di matrice statunitense, come quello di Judith Butler che nella prefazione del 1999 della versione originale di Questioni di genere sottolinea come la sua analisi sia radicata negli studi di alcuni intellettuali francesi, fra i quali ritrovaimo Kristeva, oltre che Michel Foucault, Jacques Lacan e Monique Wittig la quale meriterebbe un discorso a parte. Liquidarle in poco spazio senza neanche citarle è una grave mancanza che perpetra l’ignoranza attorno alla storia delle donne in Italia e non solo. Senza contare che negli ultimi anni, sono stati pubblicati testi importanti sulla condizione femminile che dovrebbero avere una maggiore attenzione da parte dei media, come Per amore o per forza – Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo di Cristina Morini edito da Ombre Corte, che sta pubblicando molti testi sul femminismo e gli studi di genere. Il libro di Morini fa il punto sulla questione donne, lavoro, biopolitica e precarietà e dovrebbe essere al centro di dibattiti e scambi, mentre Minardi chissà forse non ne conosce neanche l’esistenza. Ma vi sono altri scritti come quelli della casa editrice Settenove che si adopera per divulgare una sensibilità differente riguardo al genere in splendidi libri per bambini e non solo. Ci sono le iniziative di centri culturali storici come la Libreria delle Donne di Milano o l'Associazione Orlando di Bologna.

Minardi non menziona nessuno di questi nomi e/o centri e cita cosa? Una graphic novel, Cattive ragazze di Assia Petricelli e Sergio Riccardi, che meriterà sicuramente attenzione, ma non è rappresentativa del lavoro politico, culturale e teorico che tante donne (e) femministe hanno fatto nel corso degli ultimi decenni. Cita Papa Francesco (!!!) e non il lavoro di tanti collettivi femministi e non solo che da tempo lottano per i diritti di donne, gay, lesbiche, trans e intersessuali. Di questi gruppi cita solo Non Ora Quando come se fosse l'unico ad esistere, mentre è uno dei tanti e anzi spesso in contrapposizione con le posizioni di altri gruppi.

Queste gravi mancanze sono colmante in minima parte con il riferimento al sito Zeroviolenza e alla giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica Loredana Lipperini che da anni si adopera per fare informazione e dibattere e lottare per i diritti delle donne con i suoi libri, il lavoro a Radio Rai Tre e la costante e battagliera presenza sui social network, ma appunto tutte le altre??? Come si può parlare di sconfitta se non si redige una mappa della situazione perlomeno italiana?

In Inghilterra, per esempio, il femminismo è entrato nelle scuole e nelle università e il dibattito è andato avanti a vari livelli, come quello dell’attivismo, dello studio teorico e dell’aspetto politico. È da poco sorto un acceso dibattito riguardo la possibilità di toglierlo dal programma di studi delle superiori. In Italia non siamo mai arrivati nenache a questo punto, la maggior parte delle persone pensa che non la questione non la riguardi forse proprio perché non fa parte della sua formazione, non è un argomento condiviso. Qualcosa sta cambiando con tante iniziative, ma è sempre e comunque una strada in salita.

Le donne hanno dunque perso? Come ho cercato di evidenziare, la domanda è mal posta. E se si vuol parlare di sconfitte, occorre farlo in modo adeguato, partendo da un quadro organico e con uno sguardo lungo sulla questione. Se si vuol parlare di sconfitte lo si dovrebbe fare in modo costruttivo perché anche le sconfitte possono fornire degli insegnamenti importanti, perché anche dalle sconfitte possono nascere nuove risorse e lotte per i diritti delle donne e di tutte le minoranze. Come sottolinea Judith Halberstam in The Queer Art of Failure, un recente studio sul fallire, il successo e il pensare positivo sono riconducibili a una eteronormatività che può risultare tossica. Fallire quindi ne svela le dinamiche di potere e ci riporta alla "meravigliosa anarchia dell'infanzia" destabilizzando " i confini in teoria definiti fra adulti e bambini, vincitori e vinti".

Rosella roz Simonari

2 commenti:

Viviana Falcioni ha detto...

Bellissimo scritto Rosella, da gustarselo in più letture e approfondimenti (anche link e inserti interessantissimi!), invitando inoltre amici e nemici ad una sana lettura.
Bye


Viviana

roz ha detto...

Grazie mille, Viviana!!!