lunedì 19 gennaio 2009

la damigella selvaggia (recensione)


Corinna Bille, La damigella selvaggia, trad. e cura di Monica Pavani, Tufani, Ferrara, 2002, pp. 171, € 12.

I racconti di Corinna Bille sono pieni di sorprese e precipizi. C’è quasi sempre una curva pericolosa che scuote il lettore e la lettrice in modo inaspettato. Prendiamo il primo racconto, “La damigella selvaggia” che dà il titolo alla raccolta e che le valse il premio Goncourt nel 1975. Una giovane donna si ritrova a vivere nella foresta dopo aver assassinato il marito e incontra il signor A., un uomo del quale si innamora e col quale ha una surreale storia d’amore. Il finale sgonfia tutto il crescendo della narrazione. Egli, dopo essersi allontanato dalla dimora dove l’ha lasciata, si dimentica di lei e Bille ci mostra questo evento con sarcasmo: “Come tutti quelli che hanno solo un paio di questioni di cui preoccuparsi, il signore A., per quanto fosse ingegnere, era distratto. Aveva di quelle distrazioni che inteneriscono o irritano. (…) Ma dimenticarsi una ragazza? Lui, una volta tornato nella sua città, provò un certo sollievo. Quella tensione perpetua l’aveva stancato.” La storia ha una vaga risonanza con La briganta (1990) di Maria Rosa Cutrufelli dove la protagonista pure uccide il marito per intraprendere un percorso fitto di avventure attraverso le quali prenderà forma una consapevolezza di sé come donna indipendente. Nel caso della damigella selvaggia, questa consapevolezza si perde nei meandri della foresta e nella sua relazione amorosa.
In questo, come negli altri racconti, l’altra protagonista è la natura che con la sua forza incede e invade le strade delle storie, spesso attraverso fusioni alchemiche. La damigella selvaggia ad un tratto sembra intrecciare una relazione di questo tipo con il rumore del torrente: “Ascoltò il rombo del torrente. Diventò il ronzio del suo sangue, lo scorrimento puro del suo sangue.” Questa alchimia trova soluzioni quasi fiabesche ne “La donnina delle zucche”, dove una donna nana sembra il risultato ibrido dell’unione fra zucca e essere umano. I ragazzi che la scovano provano un grande stupore nel vederla danzare e nell’esaminare il suo corpo tondo: “le labbra del suo sesso socchiuso ci meravigliavano per il loro colore metà rosso e metà violetto. Ma non ci riuscì mai di sapere il numero esatto dei suoi piccoli seni dondolanti…”. La natura in questione è quasi sempre quella del Vallese, cantone svizzero e terra natale della scrittrice. Come sottolinea Monica Pavani nella postfazione, “lo sprofondamento reale nella terra o comunque nel fango, nelle acque acquitrinose di cui è ricco il paesaggio vallesano, è un atto sacrale e carnale insieme.” Come nell’ultimo racconto, “L’ultima confessione” dove la protagonista in uno stato estatico addirittura copula con gli alberi: “All’alba, un giorno, credetti perfino che un ciliegio prendesse vita, mi abbracciasse con i suoi rami dal fogliame amaro: aveva la pelle dolce e mille mammelle fresche. Al levar del sole, mi trovai ai suoi piedi, intorpidita, impalata, sanguinante.”
Lo stile di Bille rimanda, per certi versi, al realismo magico dei romanzi latinoamericani. La metamorfosi con la natura che ricorre nelle sue storie, si ricollega a La donna abitata (1988) di Gioconda Belli. Nel racconto “Il nano e la vecchia”, che sembra avere tinte autobiografiche, la vecchia dice: “Divento la foresta. Le mie braccia sono i rami, la mia pelle la corteccia.” Per altri versi, ci sono atmosfere horror, come ne “Il sortilegio”, dove il giovane Théodore convince Marine ad interpretare la contessa defunta di un vecchio albergo per poter continuare ad usufruire degli agi della stessa o ne “Il sogno” dove un uomo ammazza la moglie dopo aver scoperto i piaceri della vita. Crudeltà e spirito fiabesco si coniugano in modo insolito e vivo. Il testo è inoltre arricchito da una nota biografica e dall’elenco delle opere più importanti della scrittrice.


appello Leggere Donna



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